Capitolo 1 - Abstract

 

Per la difficoltà di organizzare l’idea tematica che svilupperemo nel presente documento in modo che il risultato potesse essere contemporaneamente: strutturato in modo semplice ma articolato in manira da prevenire (o dare risposata) a tutte le immancabili obiezioni che potevano sorgere nel lettore strada facendo, qualora la trattazione, per brevità, si fosse limitata ad asserzioni superficialmente affrontate, si è dovuto decidere in merito a come meglio porci rispetto i suddetti contrapposti obiettivi e non sempre abbiamo potuto mantenerci fedeli al primo.
Inoltre benchè si volesse produrre un documento la cui lettura non implicasse nessuna particolare conoscenza pregressa, nonostante ciò per rimettere in ordine tematiche che oggi si presentano fortemente disgregate nell’opinione collettiva, non abbiamo potuto esimerci dall’espandere la discussione su molti punti che, purtroppo, potranno fare scendere la tensione di interesse in molti lettori.

Per questo motivo nel presente abstract (e nei due capitoletti che immediatamento lo seguono) cercheremo in breve (ma il quanto più efficaciemente possibile) di evirenziare e porre in veste organica non tanto i contenuti che svilupperemo nel trattato, ma la linea tematica di interesse centrale che in esso verrà a costituire la base ed il punto di arrivo dell’argomentazione trattata.

Attualmente viviamo in una situazione di cedimento generale del sistemico economico che, sebbene sia per lo più compresa nelle sue dinamiche di sviluppo, ci pone di fronte al problema politico di dare fondamento ad una discussione di natura più opinabile, che partendo dalla valutazione degli accordi e trattati internazionali vigenti o percorribili, indaghi su quali siano i vari modi possibili (e i relativi esiti sistemici correlati), secondo cui si possa collocare l’azione politica ed amministrativa delle nazioni rispetto la necessità di gestire i processi economici interni alle singole situazioni nazionali, ponendosi dunque in quel crocevia in cui si vengono ad intersecare: sovranità e forme di direzionamento per il background economico-produttivo da un lato, con l’efficienza del mercato e l’integrazione sistemica che, d’altro canto, diviene una scelta strategica molto potente ed invitante per nazioni che si trovano in varie contingenze economiche.

Ciò che però produce la generazione di un dialogo politicamente distorto e mancante degli strumenti necessari per trovare alternative coerenti e competitive rispetto il semplice laissez faire del mercato, è che il fulcro di discussione rispetto le problematicità del meccanismo internazionale è stato posto sulla maggiore o minore opportunità di avere integrazione commerciale tra le nazioni partecipanti, quando invece, come spiegheremo in seguito, per impostare il dialogo in una linea problematica che potesse meglio cogliere gli snodi centrali su cui fanno perno le varie scelte prendibili (esaminate su di una prospettiva di lungo periodo e rispetto le traiettorie che da esse tenedenzialmente ne dovrebbero derivare), si sarebbe dovuto portare l’attenzione sulle conseguenze relative alle varie modalità con cui si realizza l’integrazione finanziaria (guardando quindi anche agli aspetti relativi al rating, criteri di valutazione per i bilanci, strumenti di controllo finanziario ed altro).

La ‘teoria dei giochi’ descrive il sistema internazionale come una scacchiera strategica in cui i vari attori perseguono fini differenti in un universo mergeriano di scambi di mercato [ovvero dove quest’ultimi avvengono singolarmente in base ad una propria peculiare contrattezione e non in maniera walrasiana guidati da un teorico punto di incontro ottimale di raccordo generale], d’altra parte non è nemmeno corretto pensare che non si possa comprendere nulla sull’esito di insieme che il meccanismo complessivo viene a generare.

È infatti abbastenza corretta l’asserzione secondo cui: in un sistema internazionale composto da tante economie aperte ed unificate in un unico sistema integrato, le economie partecipanti risultano entrare per necessità, in competizione nel dovere attrarre i capitali finanziari allo scopo di sostenere il proprio reddito interno, nonchè garantire partite correnti positive nella bilancia dei pagamenti.
      [[[Notate che quanto affermeremo tra un istante è proprio il medesimo motivo che rende non del tutto corretto quanto appena affermato]]]

Il risultato di ciò è che, se:

da una parte le economie vincenti la competizione saranno ancora libere di scegliere tra due differenti orientamenti strategici:

  1. tra una strategia aggressiva volta a promuovere: formazione di profitto interno, defiscalizzazione ed efficienza del mercato (atta dunque a favorire l’investimento dei privati);
  2. oppure una strategia che, anche contro la logica della massimizzazione del profitto (ma sempre secondo i margini vinti nella competizione internazionale), sia volta a favorire un’opportuna strutturazione del background economico-produttivo, coniugando diritti civili ed ambientali, con la formazione di capitale esperienziale ed ambientale quali esternalita positive per promuovere lo sviluppo dell’impresa all’interno della nazione;       [[[strategia che se ben gestita sarà valida per mantenere alta la qualifica professionale e lo stipendio medio dei contribuenti interni, chiamando così gli investitori per via del know how che a questo punto risulta reperibille solo all’interno della specifica area economica]]];

dall’altra parte, per i paesi vinti non vi saranno invece molti margini per potere elaborare nessun piano strategico nazionale e ciò per via di un rating impietoso, che non concederà molte possibilità di promuovere politiche abbastanza ambiziose e consistenti, da risultare sufficienti ad avviare un serio processo di rilancio competitivo; ...e il tutto risolverà in una progressiva dinamica di implosione economica.

Se poi, infine, aggiungiamo a ciò gli effetti prodotti da una mobilità del lavoro, che allo strutturarsi delle posizioni di forza vinti nella competizione, verrà sconfinando in un incontrollabile esodo dalle aree depresse verso quelle a tenore economico migliore (che coniugate con la non equa distribuzione interna di quest’ultime impedisce il realizzarsi dell’idea keynesiana secondo cui, sempre queste ultime, attraverso una politica economica espansiva vengano a trainare le aree in recessione grazie ai trasferimenti unilaterali generati per la riallocazione dei lavoratori), arriviamo quindi ad un quadro fedele che ci descrive la situazione corrente, in cui l’azzeramento a livello globale del valore corrisposto al lavoro non qualificato, viene determinando una divergenza strategica netta tra gli interessi nazionali di promuovere politiche volte alla massimizzazione delle assunzioni, con quelle degli imprenditori di avere un ambito di competizione non troppo tirato per favorire proprio la creazione di maggiore profitto.

      [[[I posti di lavoro che non richiedono competenze non creano infatti capacità di riacquisto sul mercato come quelli in cui sia necessaria una buona e lunga formazione.

Se consideriamo quindi che, poiché gli investitori al procedere del processo tecnologico divengono sempre meno interessati alla produzione in sè ma all’ottenimento di un maggiore share di mercato, possiamo da ciò capire, che i posti di lavoro ad alta competenza formati nel sistema vengano a risultare di numero proporzionale all’aumento del tenore di competizione all’interno del mercato; mentre la competizione medesima verrà invece a presentarsi in conflitto con gli interessi di chi investe nell’infrastruttura finanziaria e questo perché il saggio dei profitti delle imprese in cui investire, in aggregato, acquista un maggiore tenore in una configurazione di mercato costituito da monopoli cooperativi (dove quindi si viene a spostare la competizione degli attori finanziari sulle tecniche di gestione del rischio), che quando gli investimenti prolificano in attività concorrenti all’interno degli spazi reperibili sul mercato, (cosa che, infatti, all’aumento della competizione determina un calo del profitto aggregato).

Detto in altre parole: essendo il meccanismo finanziario a livello sistemico, un centro di coordinamento globale volto alla promozione di redditività per gli investimenti, non sarà quindi per complotto ma per semplice esito risultante che in regime di integrazione finanziaria, ciò che si verrà a realizzare non sarà un processo economico in grado di generare tendenzialmente assunzioni, ma la necessità di creare valore per l’infrastruttura di competizione economico-finanziaria determinata, che vada a dare garanzia agli anticipi finanziari da introdurre nel sistema, per sostenere uno share di mercato sempre maggiormente deprivato dei profitti e delle rendite finanziarie (dove quest’ultimo, come vedremo nello schema grafico riportato nella sezione economica, in realtà trae provvisorio riequilibrio proprio dalla crescita dei prezzi dei beni di investimento rispetto il reddito aggregato generato)]]]

Può dunque la crescita economica essere la chiave affinchè tutte le economie possano risultare contemporaneamente non perdenti?
Come vedremo ciò si può verificare solo in modo effimero e alla lunga non sostenibile, esattamente come il cescere del capitale finanziario verrà ad opporsi alla creazione delle dinamiche competitive, che sole invece potrebbero fornire i meccanismi per la determinazione di un mercato del lavoro, che per sue modalità, possa invece andare ad incrementare i margini di occupabilità.

Le due scuole di pensiero
(...e la fallace dicotomia con cui spesso si vengono ad intendere)

In letteratura economica, per lo più, si sono venute a contrapporre due scuole distinte di pensiero: una che appunto ritrova la via per ottenere competitività, e quindi dominio economico, nel favorire l’integrazione finanziaria e la competizione al ribasso sui diritti di ciò che risulta essere esterno agli interessi del mercato; l’altra che invece vede, all’opposto, proprio: nelle rigidità economiche, nelle inefficienze del mercato finanziario e nelle differenti configurazioni del background economico delle nazioni, gli elementi che determinano quelle asimmetrie posizionali da potere sfruttare da punti di leva sul piano macroeconomico, per svolgere un ruolo di riequilibrio sugli agenti economici, o comunque per gestire un processo esterno e contrapponibile alle inerziali apodissi della matematica finanziaria.

[[[In realtà non è propriamente legittimo dire che sia grande la corrente degli studiosi che considerano in modo veramente positivo le asimmetrie insite nelle strutturalità economiche e ciò perchè queste possono essere interpretate come la causa dello scostamento che vi è nei dinamismi del reale, rispetto il criterio di fondare l’equazioni economiche che siano espressione dell’esito aggregato uscente dai comportamenti degli agenti economici, descrivendo tali comportamenti come le formule di ottimizzazione teorica che questi ultimii utilizzano per impiegare le proprie risorse nel sistema (ragionamento analogo lo vedremo in seguito a riguardo dei ‘costi di transazione’ individuati da Coase).

Cioè, se noi consideriamo positivo l’ottenimenti di utile privato, allora possiamo interpretare le incertezze del mercato come decisamnete negative perché vi si contrappongono, ma se consideriamo per utile sistemico l’impulso al processo economico e il suo effetto redistributivo conseguito dall’interazione generale degli agenti di sistema, allora la percezione di ciò che è favorevole o meno cambia ed è a questo livello che le asimmetrie possono venire considerate positive per lo sviluppo economico.

Dunque la contraddizione è in realtà solo apparente. Infatti: da un lato è prorio la costatazione della strutturale impossibilità di eliminare i fattori di asimmetria, ciò che li rende i precisi punti di leva su cui trovare i margini di manovra per gestire i processi economici; dall’altro, come approfondiremo in seguito, pensare che l’aumento del saggio di profitto o di risparmio siano condizioni genericamente ‘positive’ per il sistema è assolutamente scorretto, perché mentre sicuramente questi parametri diano slancio economico di breve periodo sotto forma di un ‘equity’ valido per porre l’investimento privato in cerca di nuova allocazione, su lungo periodo ed in senso generale, si rivelano invece la causa della medesima difficoltà della crescita economica del sistema di produzione reale, al tenere testa alla crescita finanziaria; cosa quest’ultima che risolve nell’aumento dei rischi sistemici ed infine nell’implosione economica]]]

Questa seconda scuola, definita strutturalista, viene volgarmente identificata ed omologata a sinistra, con l’idea di retaggio neo-keynessiano che interpreta le assimmetrie sopra descritte, come i punti di leva che possono e devono venire utilizzati per rendere coerenti manovre dirigiste atte all’indirizzamento dei processi economici, o ancora (a procedere dalla teoria di Prebisch-Singer) volte al protezionismo commerciale.
Tali stereotipi vengono quindi poi messi ulteriormente in contrapposizione: in campo politico-economico, alla teoria del ciclo economico della scuola austriaca, (la quale vede invece ogni operazione compiuta tramite la leva dell’espansione monetaria, come una ‘gonfiatura’ di cui in futuro si faranno immancabilmente le spese con una conseguente dinamica di recessione per il riequilibrio); in termini di metodo, all’individualismo metodologico promosso sempre da quest’ultima scuola, contrapponendogli invece una metodologia di studio maggiormente orientata al ritrovamento di un punto di coordinazione in cui debbano svolgersi le dinamiche aggregate.

Il dualismo che si viene in tal modo istituendo è assolutamente mal posto e limita fortemente la capacità di trovare interpretazioni economiche che possano meglio adattarsi alle contingenze situazionali, o agli specifici obiettivi di ricerca perseguiti dai ricercatori.

In primo luogo c’è infatti da considerare che la scuola strutturalista in realtà è molto variegata e la parte degli autori che incentrano la propria indagine di studio sulla proposta dell’intervento pubblico non è nemmeno considerevole, mentre la vera matrice comune che distingue questo filone di pensiero, verte piuttosto sullo studio della dinamica di sviluppo della infrastruttura e della dinamica economica, rifuggendo proprio quell’orizzonte di formule che vogliono eguagliare il risparmio con l’investimento interno al sistema, proprio nella consapevolezza che è la creazione di valore nel sistema a costituire la propulsione della crescita economica (vediamo inoltre in merito a tale soggetto che sebbene sia proprio la scuola austriaca ad identificare il risparmio con il capitale che è costituito dai beni di investimento, senza dunque dare la giusta importanza dell’espansione dei finanziamenti in debito, come conseguenza legittima e giustificata nel sistema, sulla spinta dalla domanda endogena di credito promossa dagli investitori sugli spazi aperti alla crescita economica, dal canto suo essa ha ben chiaro come lo sviuppo delle componenti infrastrutturali sono necessarie per la creazione proprio dei valori che servono a mantenere la proattività del processo economico).

l’individualismo metodologico non è poi solo un metodo di studio ad appannaggio della scuola austriaca: la mancanza infatti di un equilibrio generale su cui raccordare le proprie formule, garantisce infatti che anche l’orientamento strutturalista per venga ad includere nel proprio paradigma di studio una buona sorta di approcci microfondati, così come avviene per i paradigmi ad esso vicini di: istituzionalismo economico vecchio e nuovo, la teoria dei giochi ed altre metodologie di studio (come i modelli computazionali ABM).

 

Studio orientato ai processi economici

Come sosteneva Ludwig Von Mises, la prasseologia (ovvero lo studio delle condizioni che determinano l’agire umano quale risultato del tentativo di quest’ultimo di raggiungere i propri fini) non deve occuparsi di quale politica economica sia giusto adottate, ma piuttosto se tramite tali politiche, nel proprio specifico, si riesca o meno ad ottenere gli effetti desiderati.

Con un ragionamento simile possiamo quindi ancora constatare che, non è nemmeno sensato domandarci in maniera neutra quale sia il giusto modo di studiare l’economia, quando piuttosto quale metodo meglio si adatterà ai nostri scopi di ricerca.

Gestire i processi economici e di istituzionalizzazione richiede infatti sia la capacità di studiare l’origine dei fenomeni con un approccio bottom-up (osservando quindi come dalle componenti istituzionali si propaghi tendenzialmente l’esito da esse prodotto nel sistema), che bottom-down (per vedere come dagli equilibri dinamici del sistema macro, gli effetti conseguenti si vengano dispiegando in spillover verso i diversi soggetti istituzionali interagenti) e all’interno di questi due estremi si dovrà quindi inquadrare ogni problematica, nella maniera opportuna per trovare i punti specifici su cui fare leva per capire le soluzioni potenziali ad essa connessi.
C’è inoltre sempre da mantenere ben salda la consapevolezza sul fatto che, l’avere poi ritrovato delle leve di azione per condurre i processi economici verso un preciso risultato sistemico, non vuole dire di possedere automaticamente anche le soluzioni istituzionali per mantenersi aderenti ai risultati auspicati, dispetto le spinte distorsive razionali e relazionali prodotte dal dirigismo.

Dunque prima ancora di comprendere quale azione possa fare o non fare la politica per migliorare l’esito economico, è necessario capire: i fenomeni tendenziali di quest’ultimo, i possibili meccanismi di governance da considerare convenienti per il raggiungimento dei fini preposti ed infine, come già detto, le specifiche basi di background presenti nella contingenza economica presa in esame.

Riprendendo dunque la sopracitata affermazione di Von Mises, vediamo che essa sia solo falsamente intendibile come un invito a neutralizzare quanto di opinabile rispetto lo studio economico, perché studiare le condizioni in cui si genera uno specifico andamento strategico degli agenti, al contrario, vuol dire studiare quell’andamento fluido, dove dalle condizioni si vengono a generare i comportamenti degli agenti e da quest’ultimi a mutare le condizioni nel sistema per esito prodotto.

 

Concludiamo

L’individualismo metodologico non è dunque la negazione sull’aspirazione di includere nel paradigma di studio scientifico una valutazione olistica del sistema (dove questa abbia lo scopo di fare luce sulle implicazioni top-down in esso rilevabili) ma piuttosto la negazione dell’opportunità di concepire l’esito indagato in chiave deterministica, poggiandosi invece su di una ricerca, la cui metodologia offra continui strumenti di studio per affinare il proprio modo di porsi rispetto il preciso contesto studiato e gli obbiettivi di ricerca perseguiti (ad es.: stiamo indagando su cosa, in termini aggregati, aumenti il saggio di profitto oppure aumenti la creazione di occupazione ed il mantenimento di condizioni generali di cometizione idonei che risolvano in modo proattivo nel sistema?).

E’ il sistema che produce il risultato economico ed è modificando le sue regole che si può modificare quest’ultimo.
Non ci si può quindi esimere dallo studiare strumenti istituzionali e processi di istituzionalizzazione per comprendere l’economia e non è nemmeno sensato discuteri quali siano i margini aperti per direzionare l’esito economico, se prima non si è stabilito attraverso quali meccanismi istituzionalli si andrà dunque garantendo, che l’azione politica volga poi ad orientare questi negli interessi collettivi.

Detto questo vediamo quindi che il ritrovare quali siano i margini positivi che discendono dalla autonoma competizione di mercato e a quali condizioni questi si verifichino o mutino di esito, può divenire una metodologia di ‘dialogolo’, che evitando le false contrapposizioni frutto di posizioni generalizzate in modo netto ed univoco (come ad esempio rispetto la questione se sia meglio tenere un atteggiamento di politica economica più o meno dirigista), venga invece a relativizzare le discussioni al proprio contesto, confrontando e analizzando i vari patterns istituzionali percorribili.

Come vedremo nel corso dello svolgimento, dalle considerazioni fino a qui prodotte dimostreremo la necessità di includere una istituzione accademica come polo di contrapposizione alla politica, affinchè gli strumenti istituzionali creabili e le modalità dei processi istituzionali percorribili possano essere studiati nell’alveo della medesima produzione della teoria economica.

I processi economici possono essere pianificati senza l’intervento razionale della politica?
Può esistere un sistema nervoso senza il cervello?

Si! Le meduse ad esempio sono esseri organizzati biologicamente proprio in questo modo.

Guardiamo meglio nel dettaglio la questione in modo da trovare, per comparazione, i corretti spunti di riflessione.

Benchè le meduse siano classificate dai biologi come animali, in realtà per certi versi esse sono più simili a vegetali, poichè i propri movimenti non sono prodotti a partire da una unità di coordinamento centrale (il cervello); non sono quindi frutto di una decisione autonoma dell’animale ma avvengono per riflesso involontario generato da stimolazioni esterne.

Nello specifico questi esseri sono forniti unicamente di un sistema nervoso a simmetria radiale, che attivato dagli stimoli prodotti dalle correnti marine sulla calotta dell’’animale’, trasforma meccanicamente gli impulsi ricevuti, in un movimento natatorio (coordinato dal medesimo ‘hardware di circuiti logici’ costituito dal sistema nervoso medesimo) che viene tendenziamente a risolvere nella generazione di una propulsione contro corrente, e ciò quale strategia di sopravvivenza per evitare l’inspiaggiamento.

Considerando dunque le grandi problematiche che si aprono in un sistema economico per via della relazionalità e razionalità in mano alla politica: è dunque possibile progettare il sistema economico allo stesso modo delle meduse.

Ebbene: gestire i processi economici non presuppone la necessaria presenza di un meccanismo di coordinazione centrale, non solo perché in esso si possono escogitare meccanismi di governance, ma perché le regolo del sistema cambiano i comportamenti strategici degli attori economici e, inoltre, i limiti che il corpus normativo pone, diriggono l’esito tendenziale senza il bisogno di alcun aggiustamento in corsa, e se è vero che anche tale adattamente venga ritoccato ex post, c’è allora da curare l’equilibrio istituzionale che guida tale processo e la maturazione dei poli mecessari per generare una dialettica di contrapposizione all’azione politica..

Questa è dunque la linea di equilibrio con cui si può aprire in economia un serio dialogo trans-ideologico tra dirigisti e non.
Scendendo nel dettaglio è infatti sempre opinabile progettare ogni singolo elemento sistemico considerando se per esso siano preferibili gli effetti collaterali della relazionalità politica, o quelli basati sugli squilibri progressivi generati dal mercato, ma definire innanzitutto un contesto olistico da pianificare per dirigere l’esito economico tendenzialmente nella direzione giusta è il modo giusto, e l’unica maniera, per focalizzare l’attenzione su di una questione mai presa sufficientemente in considerazione: come nuotare contro corrente rispetto la matematica deriva del sistema finanziario che, per andamento tendenziale, genera la formazione di monopoli relazionalmente coordinati.

In questo documento ci occuperemo di istituzionalismo e nuovo istituzionalimo economico, cercando la via, appunto, per aprire un dialogo trans-ideologico, che come vedremo, è oggi assolutamente fuori della portata di indagine della ricerca economica attuale.

 

Non fare primiera giocando a tresette

Sperò non troviate di poco gusto il titolo ad effetto proposto ma credo risulti veramente indicativo per spiegare il concetto a cui allude.

Partiamo dall’analogia: se nel mondo esistesse solo il tresette e qualcuno ideasse improvvisamente la briscola, il modo migliore che il suo inventore avrebbe per dimostrare quanto il nuovo gioco inventato potesse risultare divertente, non sarebbe certamente quello di provare a fare primiera continuano a giocare a tresette, ma di giocare a tresette secondo le proprie corrette strategie, e parlando del più e del meno, utilizzare buone linee argomentative per convincere gli altri a provare e sperimentare il nuovo gioco.

Venendo a noi: la grande problematica che oggi impedisce la creazione di un dialogo consistente e capace di dare una prospettiva “progettiva” allo studio economico, è la presenza: da un lato di idealismi basati sulla identificazione di necessarietà teoriche, postulate senza però dare il giusto peso alla ricerca di soluzioni reali per organizzare un processo reale in tal senso; dall’altra da un atteggiamento pretenziosamente “scientifico”, che però riduce lo studio economico, dal essere un’analisi in cui risulta necessario cogliere il senso strategico dei fenomeni studiati secondo l’esito tendenzialmente prodotto nel proprio preciso contesto sistemico [quindi concependo quest’ultimo come modificabile e che lo scopo da ricercare non sia la massimizzazione della creazione di valore finanziario, ma la qualità della dinamica prodotta], ad una scienza matematica unicamente interessata alla determinazione di come ottimizzare parametri rilevanti solo su breve termine (senza tenere in nessun conto gli effetti di lungo), oppure senza la corretta valutazione di come siano stati posti in essere i dati aggregati in analisi.

Certamente, se l’istituzionalimo ci pone in una nuova prospettiva di studio che, come vedremo, viene a darci strumenti per indagare possibilità, anche al di fuori dei stretti confini a cui l’attuale aprogettività interna alla ricerca ci inchioda, d’altra parte è importante arrivare in modo preeliminare a tracciare in maniera lucida, una differenza netta tra quello che è il gioco sistemico corrente (comprendendo in esso le necessità strategiche atte a non subire i processi odierni dell’internazionalizzazione), con il ripensamento e la ricerca di proposte per riorganizzazione gli snodi chiave interni al sistema, rispetto i quali divenga necessario intervenire (secondo il pattern pogettuale proposto) per avere una profonda riforma della dinamica complessiva.

La sfiducia al cambimento infatti è determinata proprio da una meccanica identificazione degli elementi negativi strutturati nel sistema come elementi strutturali non agirabili.
Inoltre come abbiamo precedentemente osservato il sistema internazionale attuale, essendo basato su di una competizione economica tra nazioni che sbilancia il sistema nella necessità di favorire la coerenza finanziaria interna, produce strumenti istituzionali ed una teoria economica, che chiusa in se stessa, non può che mostrarsi come l’unica alternativa necessaria, mentre invece il medesimo cambiamento nelle strutture istituzionali e nelle dinamiche internazionali, che comporterebbe una rivoluzione copernicana interna alla medesima teoria economica, in grado di mostrare il valore positivo delle asimmetrie quali fattori critici su cui giocare per rendere strutturali gli investimenti, riabilitando così le medesime leve macroeconomiche necessarie per gestire i processi interni e producendo a partire da essi un altro esito rispetto quello proposto oggi come ‘strutturale’.

D’altra parte arrivare a comprendere i fenomeni, oppure indicare possibili soluzioni di così ampio respiro, richiede di potere includere le nuove logiche ritrovate all’interno del vecchio ordinamento sistemico, cosa che non sarà ovviamente possibile senza un complicato adeguamento da giocarsi su più versanti.
[[[Come vedremo, per facilitare tale compito è necessario cominciare a rivedere il corpus normativo e sistemico attuale, ponendo attenzione, su come dare coerenza e modularità agli ‘elementi’ istituzionali facenti parte dell’ordinamento attuale]]]

In conclusione, la cosa maggiormente importante da curare come fase preeliminare al metodo medesimo, è che il meccanismo dialogogico debba preservare dal bloccare il discorso su idealismi disaggregati, come dal generare un uno sbilanciamento polare che saltelli tra l’irrealtà e lo svuotamento delle possibilità progettive insite nel coerentemente pianificabile.

Per fare ciò vi è bisogno di creare un punto di collegamento tra ricerca, politica e le traiettorie di aggregazione del popolo votante, che faccia perno sulla divulgazione ed è per questo che è solo facendo un lucida distinzione tra la realtà correntemente strutturata e lo studio dei processi di istituzionalizzazione potenzialmente pianificabili (anche su cambiamenti sistemici tanto sostanziali da essere al limite della fantapolitica), che si può arrivare a capitalizzare i risultati della ricerca ottenibili su modelli teorici, nella creazione di una traiettaria politica credibilmente attuabile.