Questione metodologica per analizzare il gioco sistemico

Capitolo I - Introduzione

 

Abstract

Per la difficoltà di organizzare l’idea tematica che svilupperemo nel presente documento, in modo tale che il risulltato potesse risultare contemporaneamente semplice, ma articolato in modo da prevenire, o dare risposata, a tutte le immancabili obiezioni che sorgerebbero nel lettore strada facendo, qualora la trattazione fosse fatta in modo superficiale, si è dovuto decidere in merito come meglio porci rispetto i suddetti obiettivi e benchè si volesse produrre un documento la cui lettura non implicasse nessuna particolare conoscenza pregressa, nonostante ciò, non abbiamo potuto esimerci dall’espandere la discussione su molti punti che, purtroppo, potranno fare scendere la tensione di interesse di molti lettori.

Per questo motivo nel presente abstract (e nei due capitoletti che immediatamento lo seguono) cercheremo in breve ma il quanto più efficaciemente possibile, di evirenziare e porre in veste organica la linea tematica di interesse centrale, che in seguito verremo a sviluppare nell’articolazione del documento, rispetto la base teorica di appoggio su cui si fonda la base teorica del lavoro.

Attualmente viviamo in una situazione di cedimento generale del sistemico economico, che sebbene sia per lo più compresa nelle sue dinamiche di sviluppo, ci pone di fronte al problema di come dare fondamento alla discussione, di natura più opinabile, su quali siano i vari modi (e i relativi esiti correlati) secondo cui collocare l’azione politica ed amministrativa delle nazioni in merito agli accordi e trattati internazionali vigenti, rispetto la necessità di gestire i processi economici interni alle nazioni medesime, ponendosi dunque in quel crocevia in cui si vengono ad intersecare: sovranità e forme di direzionamento per il background economico-produttivo da un lato, con l’efficienza del mercato e l’integrazione sistemica dall’altro.

Ciò che però produce la generazione di un dialogo politicamente distorto e mancante di solidi strumenti per trovare alternative coerenti e competitive rispetto il semplice laissez faire del mercato, è che il fulcro della discussione sulle problematicità del meccanismo internazionale è stato posto sulla maggiore o minore opportunità di avere integrazione commerciale tra le nazioni partecipanti, quando invece, come spiegheremo in seguito, per impostare il dialogo in una linea problematica che potesse trarre una valutazione in grado di cogliere gli snodi centrali su cui vertono realmente le varie scelte prendibili (esaminate su di una prospettiva di lungo periodo e rispetto le traiettorie che da esse tenedenzialmente ne dovrebbero derivare), sarebbe stato necessario portare l’attenzione del discorso sulle varie modalità con cui si viene a realizzare l’integrazione finanziaria (guardando quindi anche agli aspetti relativi al rating, criteri di valutazione per i bilanci, strumenti di controllo finanziario ed altro).

In breve: la teoria dei giochi ci dimostra immediatamente che in un sistema internazionale composto da tante economie aperte unificate in un unico sistema integrato, le economie partecipanti risultano entrare in competizione nel dovere necessariamente attrarre i capitali finanziari, che a seguito dell’integrazione medesima saranno quindi trans-nazionalizati all’interno del sistema globale.

Il risultato di ciò è, che se da una parte le economie vincenti la competizione saranno ancora libere di scegliere tra due differenti orientamenti strategici:

  1. tra una strategia aggressiva volta a promuovere: formazione di profitto interno, defiscalizzazione ed efficienza del mercato (atta dunque a favorire l’investimento dei privati);
  2. oppure una strategia che, anche contro la logica della massimizzazione del profitto (ma sempre secondo i margini vinti nella competizione internazionale), sia volta a favorire un’opportuna strutturazione del background economico-produttivo, coniugando diritti civili ed ambientali, con la formazione di capitale esperienziale ed ambientale quali esternalita positive per promuovere lo sviluppo dell’impresa all’interno della nazione;

                [[[strategia che se ben gestita sarà valida per mantenere alta la qualifica professionale e lo stipendio medio dei contribuenti interni, chiamando così gli investitori per via del know how che a questo punto risulta reperibille solo all’interno della specifica area economica]]]

dall’altra per i paesi vinti non vi saranno invece i margini per potere elaborare nessun piano strategico nazionale e ciò per via di un rating impietoso, che non concederà alcun margine per promuovere politiche abbastanza ambizioze e consistenti, da risultare sufficienti ad avviare un serio processo di rilancio competitivo e il tutto risolverà in una progressiva dinamica di implosione economica.

Se poi infine aggiungiamo a ciò gli effetti prodotti da una mobilità del lavoro, che allo strutturarsi delle posizioni di forza vinti nella competizione, verrà sconfinando in un incontrollabile esodo dalle aree depresse verso quelle a tenore economico migliore, arriviamo quindi ad un quadro fedele che ci descrive la situazione corrente, dove l’azzeramento del valore corrisposto al lavoro non qualificato, viene determinando una divergenza strategica netta tra gli interessi nazionali di promuovere politiche volte alla massimizzazione delle assunzioni, con quelle degli imprenditori di avere un ambito di competizione non troppo tirato per favorire proprio la creazione di maggiore profitto

    [[[i posti di lavoro che non richiedono competenze non creano infatti capacità di riacquisto sul mercato come quelli in cui sia necessaria una buona e lunga formazione.

Consideriamo quindi che quest’ultimi risultano di numero proporzionale all’aumento del tenore di competizione del mecato e ciò perchè ovviamente gli investitori investiranno maggiormente non nella produzione in sè ma per creare le competenze idonee ad ottenere un maggiore  share di mercato e poiché la competizione medesima si presenta in conflitto con gli interessi di chi investe nell’infrastruttura finanziaria, al quale si realizzano maggiormente nella creazione di una rete relazionale tra mercati monopollistici cooperativi, che nel proliferare di investimenti in attività concorrenti negli spazi reperibili sul mercato, essendo questa a livello sistemico un centro di coordinamento globale volto alla promozione per la redditività degli investimenti, non è allora per complotto ma per semplice meccanismo risultante, che ciò che si realizzerà non sarà un processo economico in grado di creare assunzione, ma la necessità di creare valore per la struttura competitiva creata, in modo da compensare lo share di mercato sempre più esiguo]]]

Può dunque la crescita economica essere la chiave affinchè tutte le economie possano risultare contemporaneamente non perdenti?

Come vedremo ciò si può verificare solo in modo effimero e alla lunga non sostenibile, esattamente come il cescere del capitale finanziario verrà ad opporsi alla creazione delle dinamiche competitive, che sole invece potrebbero fornire i meccanismi per la determinazione di un mercato del lavoro, che per sue modalità, incrementi i margini di occupabilità.

In letteratura economica, per lo più, si sono venute a contrapporre due scuole distinte di pensiero: una che appunto ritrova  la via per ottenere competitività, e quindi dominio economico, nel favorire l’integrazione finanziaria e la competizione al ribasso sui diritti di ciò che risulta essere esterno agli interessi del mercato; l’altra che invece vede, all’opposto proprio: nelle rigidità economiche, nelle inefficienze del mercato finanziario e nelle componenti di background, la creazione di quelle asimmetrie posizionali che possano essere sfruttare per innescare leve macroeconomiche di riequilibrio, o comunque esterne e contrapponibili a quanto prodotto dalle apodissi della matematica finanziaria.

Questa seconda scuola, definita strutturalista, viene spesso, soprattutto a sinistra, identificata ed omologata con l’idea di retaggio keynessiano, che interpreta le assimmetrie sopra descritte come punti di leva che possono e devono venire utilizzati per rendere coerenti manovre dirigiste atte all’indirizzamento dei processi economici, contrapponendo tale stereotipo a quello prodotto sulla teoria del ciclo economico della scuola austriaca che vede ogni operazione compiuta tramite la leva dell’espazione monetaria come una ‘gonfiatura di qui si pagherà immancabilmente a fare le spese con una conseguente dinamica di recessione futura, e contrapponendo ancora all’individualismo metodologico promosso da quest’ultima scuola, una metodologia di studio maggiormente orientato al’osservazione delle dinamiche aggregate.

Il dualismo che si è venuto in tal modo istituendo è assolutamente mal posto e limita fortemente la capacità di trovare interpretazioni economiche che possano meglio adattarsi alle contingenze situazionali che possono verificarsi all’interno del ciclo economico.

In primo luogo c’è infatti da considerare la scuola strutturalista in realtà è molto variegata e non tutti gli autori incentrano la propria indagine di studio proponendo come soluzione l’intervento pubblico, mentre la vera matrice comune che distingue invece questo filone di pensiero verte piuttosto sullo studio della dinamica di sviluppo della infrastruttura e della dinamica economica (vediamo inoltre che anche la scuola austriaca dal canto suo ha ben chiaro come lo sviuppo delle componenti infrastrutturali siano necessarie per la creazione dei valori che servono a mantenere la proattività del processo economico); dall’altro perché l’individualismo metodologico non è solo ad appannaggio della scuola austriaca ma ad esso si ispirano anche l’istituzionalismo economico vecchio e nuovo, teoria dei giochi ed altre metodologie di studio che sono più  vicini al medesimo strutturalismo e che necessitano di approcci microfondati per metodologia di indagine. 

        [[[In realtà è discutibile dire che gli strutturalisti considerino realmente positive le assimmetrie insite nelle strutturalità economiche (e la medesima cosa si può dire a riguardo dei ‘costi di transazione’ individuati da Coase, che vedremo in seguito nello specifico), nel senso che spesso le vanno interpretando come la causa dello scostamento che vi è nei dinamismi del reale, rispetto il criterio di fondare l’equazioni proproste, quali formule di ottimizzazione teorica che gli agenti utilizzano in modo aggregato sugli impieghi delle risorse di sistema.

La contraddizione in realtà, però, è solo apparente, perchè da un lato la costatazione della strutturale impossibilità di eliminare questi fattori, fa sì di renderli proprio i precisi punti di leva per trovare i margini di manovra interni ai processi economici; dall’altro, come approfondiremo in seguito, pensare che l’aumento del saggio di profitto o di risparmio siano condizioni genericamente ‘positive’ per il sistema è assolutamente scorretto, perché mentre sicuramente questi risolvono nel dare slancio economico di breve periodo, sul lungo si rivelano la causa della difficoltà medesima che ha la crescita economica del sistema di produzione reale di tenere il passo con la crescita finanziaria, cosa che risolve su lungo periodo proprio nella crescita dei rischi sistemici e nell’implosione economica]]]

Come sosteneva Ludwig Von Mises, la prasseologia (ovvero lo studio delle condizioni che determinano l’agire umano, come risultato del tentativo di quest’ultimo di raggiungere i propri fini) non deve occuparsi di quale politica economica sia giusto adottate, ma piuttosto se tramite tali politiche, nel proprio specifico, si riesca o meno ad ottenere gli effetti desiderati.

Con un ragionamento simile possiamo allora ancora constatare che non è nemmeno sensato domandarci quale sia il giusto modo di studiare l’economia, quando piuttosto ciò che vi è da chiedersi è quale sia il metodo che meglio si adatterà ai nostri scopi di ricerca

Gestire i processi economici e di istituzionalizzazione richiede infatti sia la capacità di studiare l’origine dei fenomeni con un approccio bottom-up (osservando quindi come dalle componenti istituzionali si propaghi tendenzialmente l’esito da esse prodotto nel sistema), che bottom-down (per vedere come dagli equilibri dinamici del sistema macro, gli effetti conseguenti si vengano dispiegando in spillover verso i diversi soggetti istituzionali interagenti) e all’interno di questi due estremi si dovrà quindi inquadrare ogni problematica, nella maniera opportuna per trovare i punti specifici su cui fare leva, per capire le soluzioni potenziali ad essa connessi.

C’è inoltre sempre da mantenere ben salda la consapevolezza sul fatto che l’avere poi ritrovato le leve di azione per condurre i processi economici verso un preciso risultato sistemico, non vuole dire di possedere automaticamente anche le soluzioni istituzionali per contenere le distorsioni razionali e relazionali prodotte dal dirigismo, allo scopo di mantenersi aderenti ai risultati auspicati. 

Dunque prima ancora di comprendere quale azione possa fare o non fare la politica per migliorare l’esito economico, è necessario capire: i fenomeni tendenziali di quest’ultimo, i possibili meccanismi di governance da considerare convenienti per il raggiungimento dei fini preposti ed infine, come già detto, le specifiche basi di background presenti nella contingenza economica presa in esame.

Riprendendo dunque la sopracitata affermazione di Von Mises, vediamo però che essa sia solo falsamente intendibile come un invito a neutralizzare quanto di opinabile rispetto lo studio economico, perché studiare le condizioni in cui si genera uno specifico andamento strategico degli agenti vuol dire,  al contrario, studiare un andamento fluido, dove dalle condizioni si vengono a generare i comportamenti e da quest’ultimi vengono quindi a mutare le condizioni nel sistema per esito prodotto.

Non è dunque un approccio deterministico ciò che ci può cavare di impaccio da questa situazione, ma una ricerca la cui metodologia offra continui strumenti di studio, per affinare il proprio modo di porsi rispetto il preciso contesto studiato.

E’ il sistema che produce il risultato economico ed è modificando le sue regole che si può modificare quest’ultimo.

Non ci si può quindi esimere dallo studiare strumenti istituzionali e processi di istituzionalizzazione per comprendere l’economia e non è nemmeno sensato discutere di quali siano i margini aperti per direzionare l’esito economico, se prima non si è stabilito attraverso quali meccanismi istituzionalli si andrà dunque garantendo, che l’azione politica volga poi ad orientare questi negli interessi collettivi.  

Dunque trovare quali siano i margini positivi che discendono dalla autonoma competizione di mercato e in quali condizioni questi si possano verificare o venire a mutare di esito in meglio o in peggio può divenire una metodologia di ‘dialogolo’, che evitando false contrapposizioni porti ad astenersi del tutto da prendere una posizione generale netta ed univoca, rispetto la questione se sia meglio tenere un atteggiamento di politica economica più o meno dirigista, ma casomai rendendo esso relativo alle varie questioni.

 

I processi economici possono essere pianificati senza l’intervento razionale della politica?
Può esistere un sistema nervoso senza il cervello?

Si! Le meduse ad esempio sono esseri organizzati biologicamente proprio in questo modo.

Guardiamo meglio nel dettaglio in modo da trovare per comparazione i corretti spunti di riflessione.

Benchè questi esseri siano classificati dai biologi come animali, in realtà per certi versi sono più simili a vegetali, infatti sono completamente sprovvisti di una unità di coordinamento centrale: il cervello e pertanto non prendono nessuna decisione autonoma ma agiscono sempicemente per riflesso involontario.

Nello specifico le meduse sono fornite unicamente di un sistema nervoso a simmetria radiale, il cui ‘hardware di circuiti logici’, che è attivato dagli stimoli prodotti dalle correnti marine sulla calotta dell’’animale’, trasforma meccanicamente gli impulsi ricevuti in un movimento natatorio, che tendenziamente viene a risolvere nel generare una propulsione tendenzialmente contro corrente, e ciò quale strategia di sopravvivenza per evitare l’inspiaggiamento.

Considerando dunque le grandi problematiche che si aprono in un sistema economico per via della relazionalità e razionalità in mano alla politica, è possibile progettare il sistema economico allo stesso modo delle meduse.

Ebbene: gestire i processi economici non presuppone la necessaria presenza di un meccanismo di coordinazione centrale, non solo perché in esso si possono escogitare meccanismi di governance, ma perché le regolo del sistema cambiano i comportamenti strategici degli attori economici e, inoltre, i limiti che il corpus normativo pone diriggono l’esito tendenziale già senza il bisogno di alcun aggiustamento in corsa.

Questa è dunque la linea di equilibrio con cui si può aprire in economia un serio dialogo trans-ideologico tra dirigisti e non. Scendendo nel dettaglio infatti è sempre opinabile progettare ogni singolo elemento sistemico considerando se per esso siano preferibili gli effetti collaterali della relazionalità politica o quelli basati sugli squilibri progressivi generati dal mercato, ma definire innanzitutto un contesto olistico da pianificare per dirigere l’esito economico tendenzialmente nella direzione giusta è il modo giusto, e l’unica maniera, per focalizzare l’attenzione su di una questione mai presa sufficientemente in considerazione: come nuotare contro corrente rispetto la matematica deriva del sistema finanziario che, per andamento tendenziale, genera la formazione di monopoli relazionalmente coordinati.

In questo documento ci occuperemo di istituzionalismo e nuovo istituzionalimo economico, cercando la via, appunto, per aprire un dialogo trans-ideologico, che come vedremo, è oggi assolutamente fuori della portata di indagine della ricerca economica attuale.

Non fare primiera giocando a tresette

Scusate se uso un titolo ad effetto subito dopo un altro ma mentre nel seguito  ci asterremo da usare in modo reiterato tale procedura a questo punto del lavoro, se non proprio necessari, questi titoli risultavano veramente molto indicativi per spiegare il concetto a cui alludono.

Partiamo dal primo termine dell’analogia: se nel mondo esistesse solo il tresette e qualcuno ideasse improvvisamente la briscola, il modo migliore che il suo inventore avrebbe per dimostrare quanto il nuovo gioco inventato potesse risultare divertente, non sarebbe certamente quello di provare a fare primiera continuano a giocare a tresette, ma di giocare a tresette secondo le proprie corrette strategie, e parlando del più e del meno,  utilizzare buone linee argomentative per convincere gli altri a sperimentare il nuovo gioco.

La grande problematica che oggi impedisce la creazione di un dialogo consistente, capace di dare una prospettiva “progettiva” allo studio economico, è la presenza: da un lato di idealismi basati sulla identificazione di necessarietà teoriche, postulate senza però dare il giusto peso alla ricerca di soluzioni reali per organizzare un processo reale in tal senso; dall’altra da un atteggiamento pretenziosamente “scientifico”, che però riduce lo studio economico da essere un’analisi in cui risulta necessario cogliere il senso strategico dei fenomeni studiati secondo l’esito tendenzialmente prodotto, nel proprio preciso contesto sistemico [quindi concependo quest’ultimo come modificabile e che lo scopo da ricercare non sia la massimizzazione della creazione di valore finanziario ma la qualità della dinamica prodotta], ad una scienza matematica unicamente interessata a determinare come ottimizzare parametri rilevanti su breve termine, senza avere la minima idea dell’effetto complessivo prodotto su lungo o al di fuori di come posti i dati aggregati in analisi.

Certamente, se l’istituzionalimo ci pone in una nuova prospettiva di studio che, come vedremo, viene a darci strumenti per indagare possibilità, anche al di fuori dei stretti confini a cui la corrente aprogettività viene ad inchiodarci, d’altra parte è importante arrivare in modo preeliminare a tracciare in maniera lucida, una differenza netta tra quello che è il gioco sistemico corrente (comprendendo in esso le necessità strategiche atte a non subire i processi di internazionalizzazione), con il ripenzamento ed una possibile proposta di riorganizzazione, benchè teorica, degli snodi chiave interni al sistema, su cui sarebbe necessario intervenire per avere una profonda riforma della dinamica complessiva.

Solo da tale lucida consapevolezza può nascere una strada he da una corretta divulgazione possa canalizzare il dialogo, per capitalizzare i risultati della ricerca svolta tramite la creazione di una traiettaria politica credibilmente attuabile.

 

Premesse al documento

Cosa è l’economia?

Dal punto di vista:

 

Ontologico

(ovvero per quanto riguarda cosa essa sia in sè, indipendentemente dal ricercatore che la studia)

Per definire l’economia è necessario domandarsi quale sia la natura della dinamica di cui essa rappresenta lo studio e, in ultima analisi, questa è lo studio dell’esito del ‘gioco sistemico’ istituito dalla collettività, per accordo o per dinamica sociale.

Assumendo, quindi, che con una prima redifinizione veniamo a restringere l’intero ‘campo-oggetto di ricerca’ (che in linea teorica dovrebbe comprendere tutte le infinite possibilità sistemiche istituibili) alla sola attualmente in discussione nelle democrazie occidentali, ovvero quella volta alla costituzione di uno stato di diritto basato su di un sistema capitalistico più o meno regolato, possiamo aggiungere che oltre alla valutazione sulle semplici norme istituite, vi sarà la necessità di guardare ai risultati degli esiti economici pregressi, per come essi si saranno radicati nella strutturazione delle risorse capitalizzabili, dove queste ultime, in modo assolutamente non deterministico, vengono create e finiscono per ridistribuirsi nel sistema, rinnovando così costantemente la competizione del mercato.

Più nello specifico il gioco sistemico si compone, delle sue: regolamentazioni; istituzioni; reti relazionali e commerciali; strutturazione dei beni capitalizzabili e distribuzione della loro redditività prodotta (tra cui per estensione si possono includere competenze e know how), ed infine delle abitudini sociali (nel consumo, nel fare impresa e nel ricercare qualifica per competere sul modo del lavoro).

Dunque l’economia non è giudata da leggi metafisiche, ‘absolute’ al contesto istituzionale che ne stabilisce le regole di gioco, ma è frutto dell’istituzione che nasce e si sviluppa, dall’accordo umano maturato secondo la ‘rappresentazione collettiva*’ del senso di diritto e ciò determina che sia possibile pianificare le regolamentazioni istituzionali, allo scopo di attenersi il quanto più possibile agli interessi della società nel suo insieme.
*[[[per il reso del lavoro assumeremo il concetto di ‘rappresentazione sociale’ come posto dal sociologo Serge Moscovic]]]

Se poi ovviamente anche nella più totale libertà di preorganizzare e riorganizzare le regole, all’atto pratico, non si avrà mai piena capacità di ottenere per esito sistemico ogni possibile risultato tendenziale opinabile, oppure leve e margini operativi efficaci per indurre modificazioni strutturali o interventi redistributivi in modo proattivo, d’altra parte l’opportunità di fare ciò dipenderà dal medesimo corpus di regole istituite.
Non si potrà quindi trovare nessuna regola di natura veramente generale che possa dirci cosa sia possibile ottenere o meno e ciò per via del medesimo principio di falsificazione di Popper, ovvero perché anche nel caso in cui un determinato risultato possa anche risultare confermato nella totalità dei sistemi economici-politici fino ad oggi studiati, nulla potrebbe escludere che se ne possa inventare uno che lo vada falsificando.
[[[Come in seguito approfondiremo, in questo lavoro ho deciso di applicare al concetto di economia politica una semantica un po’ differente rispetto all’accezione comune.
Come è tesi specifica dell’articolo infatti, non si può pensare all’economia politica come la semplice discussione sull’attendibilità e sul campo di indagine conseguentemente definito, rispetto quale modello generale di studio scegliere per l’analisi di un sistema economico, perché essa deve essere invece concepita come l’aggregato dei vari paradigmi utilizzabili per organizzare gli elementi di indagine, allo scopo di studiare l’ottenibilità di una determinata strutturazione istituzionale, la cui realizzazione possa risultare ottima, rispetto i giudizi di valore uscenti dalla ‘rappresentazione sociale’ che la società elabora]]].


Epistemologico
(Ovvero per quanto riguarda i limiti che il ricercatore ha nel conoscere l’oggetto studiato)

I fattori che limitano la capacità di dedurre da regole generali risultati certi (o dalla stretta forchetta statistica), in economia come in altre scienze, non implica che l’incertezza da essi derivante, non possa portare in seno ulteriori elementi da valutare, o metodi di studio per una ulteriore razionalizzazione e, dunque, da soli essii non possono esaurire la questione epistemologica; d’altra parte definire esattamente quali essi siano rappresenta sicuramente il punto di partenza per lo studio in oggetto, poiché ovviamente questi vengono a costituituire il background rilevante, su cui i metodi di analisi adottati verranno a comporre il campo epistemologico dell’indagine svolta.

E’ necessario dunque domandarsi innanzitutto a livello ontologico quali siano le specifiche di sistema che stiamo prendendo in oggetto, perché ovviamente, al di là del metodo utilizzato, sono proprio esse a costituire la base medesima su cui lo studio si sviluppa ed è da esse che verranno ad emergere gli specifici fattori limitanti.
D’altra parte sarà poi l’ingegno umano a derivare a partire da questa base, quali siano i metodi migliori per generalizzare opportunamente gli esiti tendenziali rilevabili, oppure per definire i contorni del campo probabilistico composto dei possibili esiti conseguenti.

In generale se prendiamo in esame un qualunque sistema specifico, per ritrovare tali fattori liitanti possiamo domandarci cosa nell’analisi si riveli di natura probabilistica, o peggio cosa ci conduca a formule rappresentative solo per una situazione determinata, senza venire a cogliere ogni possibile evoluzione in cui possano evolvere le strutturalità economiche.

Detto questo vediamo che, specificamente alle istituzioni odierne, questi fattori sono rintracciabili in:

1) la limitata razionalità degli operatori interagenti nel sistema (che a sua volta è costituita: dalle loro preferenze individuali; dalla assimmetria nel reperire informazioni su rischi e tendenze da cui si sviluppano competizione di mercato e scelte di investimento ed, infine, dall’inconoscibilità in sè degli sviluppi dei processi macro del futuro);
2) dai costi di transazione;
3) dall’incertezza che deriva da fallimenti, frodi e mancato rispetto dei vincoli contrattuali (e dei possibili risvolti giurdici);
4) dalle rigidità del mercato (che non permettono di coniugare gli andamenti macro e micro)
5) dalla non conoscenza a priori delle possibilità reali di promuovere ed orientare gli andamenti strutturali, e di background dell’economia, tramite la determinazione di equilibri e strumenti che siano applicabili all’istituzione specificamente studiata, oppure, che nell’incertezza della logica da applicare, siano frutto di ‘isomorfismo istituzionalizzante’ [di cui discuteremo in seguito].

A livello induttivo possiamo quindi ottenere dati di studio solo: da un lato, da quanto istituito ma non da quanto istituibile; dall’altro, dalla strutturazione economica corrente (oppure da quella passata secondo i dati correntemente conservati) ed è pressochè irrilevante confrontare sequenze storiche ottenute in situazioni dissimili, o meglio è indispensabile non commettere l’errore di operare confronti tra situazioni differenti, senza essere molto prudenti nel definire l’esatto campo ‘probatorio’ in cui le valutazioni possano risultare veramente indicative.

Di conseguenza il processo di generalizzazione per induzione potrà essere valido per capire le propensioni degli attori economici del momento e soprattutto per studiare i campi in cui è la prassi a determinare la validità o meno delle posizioni assunte (e non una specifica analisi per deduzione), ma per il resto non fornirà nessun dato scontato che venga ad acquisire valore generale.
A livello di deduzione, invece, poichè la razionalità degli attori economici è limitata e poichè il tessuto economico (stutturazione dei capitali, relazioni di rete e varie caratteristiche di background) evolvono in modo disomogeneo, allora ricorrendo alla deduzione: o si prenderanno in osservazione dinamiche troppo generali per essere significative a livello microeconomico, oppure si terrà conto di quest’ultimo, a scapito della comprensione sulla tendenza di un equilibrio generale.

Quanto detto fino ad ora, come avevamo affermato nel principio dell’analisi, non esaurisce la questione su: limiti, conoscibilità e capacità di previsione sugli esiti economici, ma per procedere oltre rispetto i fattori limitanti grezzi che abbiamo delineato nella presente sezione, a questo punto risulta necessario definire gli obiettivi che il ricercatore stesso si propone di studiare e, in funzione di essi, i metodi con cui egli intenda procede.

Metodologico
(ovvero per quanto riguarda l’opportunità di applicare uno specifico metodo ad una determinata ricerca)

Il primo passo che deve compiere un ricercatore per fare un’analisi economica è quello di scegliere: i dati sensibili da interpretare, i criteri e i metodi di analisi.
Per quanto sia possibile discutere quanto le scelte prese possano risultare più o meno commisurate ai fenomeni reali a cui applicate, d’altra parte il tutto si rivela comunque di natura molto opinabile. Il campo paradigmatico prodotto pone infatti in evidenza, ed aggrega i dati rilevati, imponendo le precise relazioni che non solo definiranno la rappresentazione del risultato, ma cambieranno dall’interno la natura attraverso la quale questo viene letto.

Il modello interpretativo scelto nello specifico definisce:

  1. l’organizzazione dei parametri assunti (ovvero dei campionamenti in cui si registrano le mutazioni del fenomeno);
  2. il metro di misura, oppure l’aggregato degli stati qualitativi che variano in funzione del tempo
  3. il campo fenomenico indagato, ottenendo esso: o tramite uno specifico metodo scelto per studiare direttamente l’evoluzione del sistema in oggetto, oppure forzando sequenzialmente la riproduzione del meccanismo da porre sotto indagine.

Insomma il ricercatore interagisce in modo attivo ed inagirabile all’interno dell’esperimento, o del campo fenomenico in studio: da una parte, tramite la determinazione dei giusti metodi e strumenti che verranno utilizzati per ottenere, dare rilevanza, interpretare ed organizzare i dati empirici (a seconda: delle proprie specifiche situazionali, o dei campionamenti statistici a cui verranno a ridursi); dall’altra nell’assumere gli specifici obiettivi di indagine, con cui valutare la validità del paradigma teorico adottato, rispetto il campo empirico da cui trovare riscontro.

Tuttavia non si deve pervenire alla conclusione, che l’oggettività ricercata ne debba perciò risultare falsata; bisogna piuttosto concepire tale situazione, come uno dei fattori limitanti rispetto l’esattezza a cui può aspirare uno studio analitico, quando compiuto all’interno di un campo di indagine in cui, non solo non è possibile studiare i fenomeni in modo deterministico, ma dove le situzioni da valutare mutano: nel tempo, nello spazio, per scala di grandezza e nelle modalità di campionamento e generalizzazione assunte per impostare i parametri in studio.

Differenti punti di vista per gauardare il dinamismo economico

L’economia è un gioco sistemico che si sviluppa in 4 livelli distinti:

  1. sistema base: dove le scelte di investimento degli attori economici sono guidate unicamente dai prezzi e dai costi di transazione, per trovare spazi di mercato per lanciare i prodotti o i servizi da offrire.
  2. mesosistema: dove si vengono a formare le reti di interconnessione tra gli agenti, in cui le regole di campo influenzeranno il comportamento degli agenti e il comportameneto degli agenti influenzerà regole e dinamismo generale.
  3. metasistema: ambito sistemico che influenza il risultato dell’interazione degli agenti economici, mentre non viene a sua volta influenzato dal comportamento di questi ultimi in modo sensibile
  4. macrosistema, che viene a comporsi dell’interazione sistemica dei vari metasistemi in esso collegati, per come questi si vengono reciprocamente ad integrare.

Nel meso-meta e macro sistema, vengono a prendere forma nel mercato configurazioni relazionali che determinano share distinti in cui si sviluppa la competizione-relazione, ed è trasversalmente ad essi che gli agenti prendono le proprie decisioni in campo di ‘market-driven o cross-cultural management’ (rapporti fiduciari flessibili inter-aziendali, in cui ogni azienda valuta ed è valutata in base alla affidabilità e compatibilità delle proprie caratteristiche).
E’ importante capire la distinzione tra questi livelli, proprio per comprendere come viene a modularsi quel gap tra micro e macro, che sposta il modo di valutare quell’evoluzione imprescindibilmente aleatoria del sistema reale, che è frutto dei risultati medesimi della competizione degli attori agenti nel sistema.

Dunque la cescita economica è frutto dei risultati reali prodotti a seguito delle decisioni individuali degli attori economici, dove questi da un lato competono all’interno di un medesimo share del mercato, dall’altro lo vanno ad incrementare proprio interagendo in esso.

Quindi se guardando le cose dal micro al macro il risultato dell’evoluzione sistemica sarà dovuta al prodotto delle scelte prese dai singoli agenti, dal macro al micro possiamo allora concepire il sistema come un circuito di beni economici, che però non si realizza a somma zero, ma che include una crescità o diminuzione economica che sarà comprensibile valutando gli spillover avuti nelle varie dinamiche economiche del mercato.
La visione circuitaria ci può quindi dare informazioni a partire da dati aggregati ma con l’incertezza rispetto il processo di generalizzazione fatto dei dati medesimi, mentre partendo dal comportamento degli agenti possiamo invece trarre informazioni sui processi medesimi che si realizzano nel mercato, ma con una minore capacità di capire la dinamica dell’influenza che li guida e che ne crea i margini operativi.

Dunque possiamo dividere le metodologie di studio che vanno a valutare questa l’incertezza derivante dall’aleatorrietà del processo economico, secondo due approcci contrapposti: top-down o botton up.
Nel primo caso ci si occupa di rintracciare le leggi di un equilibrio dinamico, che sviluppato su fattori agenti aggregati ma aleatori rispetto la propria struttura interna, viene a raccordare il sistema ponendo in interdipendenza fattori di pari livello rispetto le relative interconnessioni causali, che a partire dal livello più generale andranno scendendo nei liveli progressivamente annidiati, in cui la determinazione sarà progressivamente meno sicura; nel secondo caso ci si occupa invece di studiare come a partire dalle strategie dei singoli, le catene causali prodotte verranno ad intrecciarsi in una gerarchia piramidale di relazioni, che scalandone il vertice, si andranno a perdere all’interno di un equilibrio dinamico, dove è esso a fluttuare in modo aleatorio.

[[[Per passare il concetto facendo ricorso ad una piccola analogia, possiamo pensare al teorema di Heisemberg dove viene posta in forma matematica l’impossibilità di determinare in modo esatto il percorso di una elettrone intorno al nucleo, osservando che tale incertezza: qundo cerchiamo di definire più esattamente la posizione della particella, la andiamo a ritrovare nel determinare la sua velocità e direzione, quando tentiamo di determinare precisamente queste ultime due, la ritroveremo invece nella sua posizione.
Allo stesso modo se noi ci concentriamo nello studio dell’equilibrio degli aggregati macroeconomici, allora sarà l’indeterminazione della crescita economica che si verificherà al margine delle decisioni di investimento a falsare la nostra osservazione, se invece ci concentriamo sul comportamento dei singoli agenti, vediamo allora che questi posseggono una visione troppo limitata per prendere decisioni, che possano veramente essere ritenute razionali dal punto di vista dei sviluppi del mercato, nella sua effettiva dinamica di funzionamento globale]]]

L’approccio top-down è dunque utile per uno studio analitico atto a determinare capacità o valenza strategica conseguente a specifiche configurazioni istituzionali, attuali o teoriche, secondo i propri esiti tendenziali, i quali sono dovuti alle relazioni di asimmetria e competizione presenti all’interno del dinamismo economico generato sul complesso istituzionale; mentre l’approccio bottom-up sarà invece utile per trarre direttive in merito a valenza strategia e meccanismi implicati, che pertengono i vari comportameni tendenziali degli attori economici, o ancora le varie modalità di istituzionalizzazione che possano ingenerarsi nella sfera pubblica o privata, nel tentativo di migliorare: efficienza, organizzare gli intenti degli agenti in cooperazione, o ancora gli equilibri in cui si svilupperà la competizione.

C’è innanzi tutto da notare, che la convinzione attule sulla necessità di fatto di procedere sulla via dell’integrazione finanziaria (non ci stiamo minimamente riferendo a quella commerciale), limita drasticamente il valore del criterio top-down, perché le regolamentazioni istituzionali, mentre possono arrivare ad influire in maniera diretta sul metasistema, per quanto riguarda il macrosistema, non possono che stabilire il limite intermedio, tra una situazione di completa integrazione dei fattori economici, a quella di porre questi ultimi in un rapporto di maggior o minore permeabilità regolata.

L’integrazione finanziaria, dunque, rende i vari metasistemi soggetti a dinamiche che non sono governabili, ma dove i medesimi criteri di istituzionalizzazione adottati dalle singole aree dovranno a questo punto risultare a livello strategico, in primo luogo, imprescindibilmente competitive per attrarre i finanziamenti che in ambito globale provengono dalla liquidità trans-nazionale creata e a seguito di ciò, ovviamente, non vi sarà più libera autonomia nel: regolare la liquidità del proprio sistema; gestire fallimenti sistemici, ristrutturare debiti, dare garanzia statale al debito ed, infine, determinare per reting nazionale, un piano di indirizzamento finanziario promosso sulla leva del debito pubblico (in modo tale che questo venga a risolvere proattivamente su lungo periodo. Precisiamo immediatamente, che con quanto detto non si vuole assolutamente minimizzare la difficoltà intrinseca di produrre un sistema la cui sovrastruttura gestione razionale risolva autenticamente nei veri interessi collettivi).

Dispetto ciò c’è ancora da notare che la metodologia top-down può anche venire impostata, ragionando sui processi economici alla maniera della scuola strutturalista, allo scopo di ritrovare nelle componenti di backgroud e nelle rigidità economiche, quegli elementi distintivi con cui valutare in modo strategico possibilità nazionali aperte, che possano risutare valide per operare una scalata di posizionamento nel meccanismo globale (dove, però, quest’ultimo nel suo complesso rimane sempre soggetto ad una dinamica finanziaria, il cui esito globale può essere assecondato ma non gestito a livello istituzionale.

La metodologia bottom-up va invece studiata secondo due metodologie combinate: quella dell’individualimo metodologico, che serve per descrivere i comportamenti indipendenti che posseggono gli agenti economici (le loro ‘proprietà’, se volessimo ridurre questi ultimi ad oggetti informatici di un modello ABM, di cui tratteremo in seguito) e quella della teoria dei giochi, che serve per analizzare l’interdipendenza strategica, che tra questi ultimi si realizza nella loro reciproca interazione (ovvero i ‘metodi’ degli oggetti ABM), la quale si va sviluppando progressivamente, nel: meso, meta e macro sistema.

[[[Inoltre nella metodologia bottom-up, se fissiamo l’attenzione sulle strategie aziendali possiamo ancora vedere che queste seguiranno due approccistrategici distinti e di orientamentamento contrapposto, quello inside-out, ovvero in cui le aziende, per competere con la concorrenza, elaborano le proprie scelte in base alle proprie: caratteristiche di eccellenza e posizioni di forza, o quello outside-in, dove invece la loro preoccupazione maggiore è quella di scegliere ognuna una propria strategia di innovazione, tale da colgliere i tendenziali mutamenti nelle necessità d’acquisto del consumatore.
Il primo tipo troverà maggiori applicazioni in un modello economico di tipo renano, che più incentrato alla competizione sulla ridefinizione di eccellenza ed ottimizzazione nei brands già definiti; il secondo ne troverà maggiori in un modello economico anglosassone, perché di più forte orientamento all’innovazione costante]]]

Infine c’è ancora un ultimo punto da trattare:

Se lo scopo che ci proponiamo è quello di studiare l’economia che si sviluppa in un sistema democratico, allora sarebbe solo un atto di inopportuno riduzionismo rinunciare ad analizzare le varie opportunità potenzialmente aperte, limitando l’indagine economica alla sola istituzione correntemente stabilita.
Dunque non si può addurre come presupposto intrinseco la metodo scientifico, la necessità di eludere le contingenze interne ai processi di istituzionalizzazione o di revisione istituzionale, perché imbarazzati dal fatto che questi rendano necessario introdurre nell’analisi precisi giudizi di valore, secondo i quali impostare i criteri di valutazione economica che risultino adatti rispetto l’esito sistemico democraticamente auspicato.

La salvaguardia della neutralità, in tutt’altro senso, andrebbe casomai cercata nella creazione di una rosa di alternative differenti, studiate in funzione degli specifici interessi di classe, o delle culture politiche presenti nella società.

Come approfondiremo meglio in seguito il parametro di giudizio influisce in maniera sostanziale sulla tesi ad esso conseguente, perché è secondo l’analisi che si formano le soluzioni e quest’ultime divengono poi il presupposto da cui partire per formare le nuove analisi, dunque facendo lo stesso ragionamento con cui Darwin spiegò il processo evolutivo delle specie viventi, possiamo dire che le soluzioni non evolvono in forza di una propria bontà intrinseca, ma sono quelle più adatte rispetto l’evoluzione della consapevolezza umana, su quali siano e come si possano opportunamente affrontare i problemi.

Riprenderemo in seguito il discorso in modo più articolato, ma innanzitutto partiamo da un esempio per comprendere come quanto detto non intervenga solo sulla capacità umana di progettare processi istituzionali adeguati per migliorare gli esiti econnomici risultanti, ma che ciò sia un qualcosa di così radicato nello studio economico, che non si possa in alcun modo evitare di darne ragione.

La scuola liberista indica tra le cose positive generate dall’integrazione finanziaria l’abbassamento dei costi di produzione, questa affermazione è però di per sè incompleta e potrebbe essere considerata giusta o sbagliata rispetto a come la si comprende e, soprattutto, se vogliamo veramente analizzarla in maniera seria ed attenta, bisogna includere in fine un approccio qualitativo, per definire secondo quali parametri e che condizioni tale situazione sia veramente da ritenersi positiva e per chi.

L’integrazione e l’omogeneizzazione dei mercati indubbiamente determinano il raggiungimento della configurazione più idonea dei prezzi, per abbassare in modo generale i costi nel sistema di produzione rispetto il flusso aggregato economico generato, quindi, la cosa porterà all’area economica che perseguirà questa logica quale propria strategia globale, sicuramente vantaggio per l’avviamento di attività produttive rispetto le aree economiche dove l’integrazione è minore, ma la cosa non ci dirà nulla sul potere d’acquisto che i redditi acquisiranno nel mercato del lavoro (questione che dipenderà dalle modalità di competizione aziendale che si verranno a determinare all’interno dell’area) e ancora sulle possibilità perdute di indirizzare il piano industriale nazionale, su settori che determinino proprio un mercato del lavoro che vada alzando il reddito procapite (le tipologie di impresa che verranno incentivate dall’integrazione saranno infatti quelle che massimizzeranno i profitti privati, indipendentemente dalla composizione delle professionalità specializzate che si verranno a creare in loro conseguenza in ambito nazionale, e quindi indipendentemente dalla medesima capacità di generare reddito nazionale, il quale è poi necessario: per lo sviluppo del mercato interno; per migliorare la capacità di generare gettito fiscale e infine per gli stessi investimenti dei cittadini per aumentare le proprie competenze).

D’altra parte ciò non toglie che l’integrazione possa realmente risultare per alcune aree economiche una soluzione competitiva nel sistema globale, infatti i vantaggi dovuti all’afflusso degli investimenti conseguenti alle politiche economiche associate a tale impostazione, possono realmente determinare che vi sia un benessere tendenziale, tale da permettere in altro modo una strutturazione proattiva delle componenti di background indispensabili per sostenere la propria competitività sul piano globale; il punto centrale però, è che questa impostazione a livello globale risulta vantaggiosa solo per le aree vincenti nello strutturarsi rispetto questa strategia, mentre per chi non rientrerà tra di esse, la stessa integrazione a questo punto diverrà la causa medesima che verrà a privarle della possibiltà di fare leva sulle asimmetrie tra le varie aree, per potere adottare politiche per scelte strutturali che vengano a combinare aumento dei diritti, con la formazione di fattori positivi per il background economico.

Possiamo ora capire che non sia dunque possibile dare indicazioni in senso assoluto, sulla ‘giustezza’ delle politiche economiche da adottare, perché il vantaggio collettivo necessario per avere una crescita organica interna e la strategia necessaria per dare competitività alla propria nazionale, non si combinano alla stessa maniera in ogni luogo e non genereranno una propensione di scelta e una percezione di sorte a lungo periodo, che sia unica per tutte le categorie sociali.

D’altra parte, se il corpus legislativo venisse aiutato da una scienza, che ne indirizzasse l’evoluzione e la modifica, per proporre visioni coerenti e robbuste per la dinamica economica, secondo le differenti possibilità organizzative verso cui l’elettorato potrebbe organicamente orientare la propria scelta, si verrebbe a dotare il sistema attraverso le regole imposte, del massimo margine di opportunità, atto a guidare i processi di istituzionalizzazione che rimangono aperti alla contingenza, dove questi ultimi, sia in campo pubblico che privato, posseggono non indifferenti possibilità effettive per determinare efficientamento ed una certa capacità di riequilibrio, rispetto i collaterali sociali che possono venire a prodursi nella libera evoluzione del sistema capitalistico.

Le regole del gioco quindi sono modificabili ma lo sono in base a:
quale sia la capacità reale di creare strumenti istituzionali e processi di istituzionalizzazione per perseguire gli obiettivi assunti.
quanto lo sviluppo delle ‘rappresentazioni sociali’ che determineranno la percezione del diritto collettivo, venga orientato dalla ricerca, secondo le medesime opportunità di fare prevalere quest’ultimo in modo conforme alla configurazione delle parti sociali.

Dunque se introdurre giudizi di valore nella valutazione di un sistema economico comporta per esso una minore robustezza, questo lo sarà rispetto il tentativo di dare una inopportuna connotazione necessaristica all’oggetto di studio ricercato e non rispetto alla scientificità del paradigma di analisi utilizzato, poiché: da una parte i parametri logici utilizzati dal ricercatore dovranno essere sempre convincenti e mirati quantomeno agli interessi di una parte sociale, oppure conformi ad una precisa appartenenza ideologica target; dall’altra, perché operando il confronto su progettazioni parallele ed indipendenti, viene meno la necessità di definire il giusto e lo sbagliato in maniera universale, ma è la coerenza in sè delle ipotesi assunte che, a questo punto, viene a determinare l’esatto range su cui liberamente gli aggregati sociali ed etico-culturali potranno misurare la propria opportunità politica.

Anche il medesimo giudizio di valore, in ultima istanza diviene quindi soggetto ad analisi che guardino non solo alla propria pertinenza rispetto: configurazione sociale; cultura ed efficacia istituzionale presenti nella società per cui pensate, ma anche sulla propria opportunità (considerata rispetto le dinamiche conseguenti al sistema istituito): di promuovere ricerca, divulgazione e corretto confronto tra opinions maker, per avere un meccanismo di propanda mediatica che volga agli autentici interessi del sistema democratico.

Infine concludiamo dunque dicendo, che il problema di attenersi al metodo scientifico non sta tanto nel fare emergere la neutralità dell’indagine, ma nel medesimo dialgo interno alla accademia, perché ovviamente, se anche l’organico di premesse poste ai vari schemi di indagine possano sempre risultare opinabili, non lo è la coerenza interna delle analisi proposte e i metodi di inferenza utilizzati per valutarne la correttezza di analisi.

Riprenderemo nuovamente tra breve la questione metodologica ma per il prossimo capitolo soffermiamoci a definiamo la natura dell’ultimo tema trattato in modo maggiormente mirato


Gli scopi in un’analisi economica

Tutti i ‘giochi’ del mondo sono basati su situazioni di interazione strategica, in cui lo sviluppo delle asimmetrie posizionali tra i giocatori, o le probabilità che si verifichino esiti parziali di riequilibrio, determinano dinamiche che porteranno il gioco alla sua fine in maniera tendenzialmente più o meno rapida.
La modifica delle regole è dunque lo strumento medesimo da utilizzarsi qualora si vogliano alterare gli equilibri di gioco e la forza delle posizioni strategiche che in esso verranno a generarsi.

Se poi è chiaro che in un gioco da tavola, dove il fine unico della competizione è di stabilire il successo o meno dei partecipanti, il troppo equilibrio si può tradurre in una competizione lenta e stancante, tutto al contrario in un sistema economico politico, dove la competizione è il meccanismo moderno escogitato per risolvere le questioni di diritto e responsabilità, sarà altrettanto chiaro che (poichè gli squilibri sono sempre di natura progressiva e favoriscono i pochi) una qualsiasi compagine democratica, se avesse la possibilità di una scelta reale sceglierebbe un corpus di regolamentazioni che, dove possibile, venissero a perseguire la realizzazione di un equilibrio istituzionale proattivo in perpetuo riequilibrio tendenziale, e dove impossibile, quantomeno un meccanismo che non risolva in una dinamica implosivamente accentrante.

In breve la soluzione teorica da preferirsi sarebbe dunque quella di combinare proattività con antitrust, ma la capacità stessa di potere realizzare ciò non può essere stabilità a priori, ma vagliando ipotesi per ipotesi nella ricerca degli obiettivi determinati, senza assumere mai, che un domani non si possa trovare una soluzione migliore.

Dove finisce però la scientificità del metodo di analisi, se non abbiamo modo di stabilire oggettivamente a quale contesto sistemico ci stiamo riferendo, né con quale criterio valutare le specifiche opportunità?
Tratteremo nel prossimo capitolo questa tematica nel suo specifico; per il momento limitiamoci a dire che la neutralità della ricerca può essere rilevata solo dall’onestà intellettuale e dalla competenza del ricercatore che la compie, perché i dati possono veramente essere usati per dimostrare tutto ed il contrario di tutto e se è pur vero che si possa sempre discutere sul senso critico delle analisi svolte, il limite di ciò è che poi dobbiamo sempre confrontarci nuovamente con il medesimo senso critico di chi valuta le critiche fatte.

Considerando ciò, possiamo dunque concludere che l’opinabilità di utilizzare le ‘rappresentazioni sociali’ per stabilire obiettivi e valutazioni basate su aspetti qualitativi inerenti alle opportunità istituzionali ricercate, è in fondo una questione che, in confronto al poblema relativo all’interpretabilità dei dati, dà in realtà maggiori garanzie di avere un’analisi ’non-proprio-soggettiva’, proprio per via dei chiari criteri metodologici che possono venire utilizzati per organizzare tali giudizi di valore; tra l’altro analisi della prima specie rendono più alla portata dei non scienziati comprenderne l’opportunità e la centralità.

Un pardigma di studio completamente falsato, all’opposto, si avrebbe qualora ritenendo neutrale solo quanto di natura non opinabile, si negasse la natura contingente di aspetti che richiedono una scelta arbitraria, postulando a priori una lettura unica che venga presunta oggettiva, perché basata sulle presenti strutturalità economiche e per mancanza di un lavoro di studio e comparazione, rispetto i risultati teorici che sarebbero prevedibili basandosi sulle altre scelte prendibili.

Come dimostreremo l’economia è una emanazione della istituzione che né sta alla base e se ciò non ci mette meccanicamente in grado di regolarne l’esito, non per questo tentare di comprendere quali siano i margini per creare e scegliere tra le alternative possibili deve voler dire piegare la realtà a quanto vorremmo che fosse, o ancora di sottovalutare la difficolta di creare la traiettoria necessaria per ottenere quanto ideato.
Condurre in modo progettivo* lo studio economico vuole invece dire di tenere specifica attenzione e consapevolezza sul fatto che il processo di ideazione non deve essere sterilizzato in direzione dei meccanismi istituzionali già consolidati e che anche discussioni puramente teoriche in merito ipotesi su varie forme istituzionali prendibili divengono un’ulteriore componente da includere necessariamente al paradigma di studio, così come vanno ancora incluse forme qualitative di valutazione per fare sì che il sistema economico venga analizzato, non in cerca di parametri economici la cui ottimizzazione sia da assumere come positiva e segno di progresso, ma per dare strumenti alla coscienza collettiva di come organizzare la società, verso l’utile democraticamente scelto.

*[[[in questo lavoro utilizzerò il neologismo: ‘progettivo’ come aggettivo per definire quanto sia orientato a costituire o a colmare le contingenze sistemiche aperte, o meglio i margini disponibili per una progettazione che miri ad un risultato tendenziale scelto o sceglibile]]]

 

Capitolo II - la scelta del metodo per lo studio economico


Torniamo al problema metodologico

Weber riprendendo Rickert sostenne che la differenza che vi è tra le scienze: naturali, storiche e sociali, sta nel metodo di studio utilizzato dai ricercatori e non nelle caratteristiche ontologiche della materia studiata e questo perché è il metodo stesso che definisce l’oggetto di studio, mentre la materia studiata se non posta in relazione a chi la studia, di per sè non viene a possedere nessuna caratteristica da ritenersi rilevante.

Questa posizione radicale, dal canto suo, diede nuovo impulso alle scienze umanistiche, introducendo nel metodo d’analisi un alternativo criterio di valutazione basato sui significati soggettivi che spingono gli agenti all’azione e il cambiamento che tale innovazione ebbe sul paradigma di studio accademico, prese poi il nome di interpretativismo.

[[[Sebbene tale impostazione dal punto di vista epistemilogico e metodologico abbia rappresentato una vera pietra miliare per la discussione accademica, in realtà, risulta meno adeguata del neopositivismo precedentemente nato per risolvere la questione dal punto di vista ontologico.
La critica che infatti proprio quest’ultima scuola mosse all’interpretativismo, fu il proprio relativismo preso con taglio tanto estremo da negare che il ricercatore avesse una qualsiasi capacità di trascendere l’oggetto dell’indagine, togliedogli così la capacità di vedere le peculiarità in sè del target studiato.

Il teorema di Goedel, infatti, aveva già chiaramente mostrato come ogni sistema formale costituito di assiomi primi, necessiti per forza di cose, di una serie, se pur piccala, di assunti metastrutturali che vadano ad evitare l’insorgenza di paradossi logici nel sistema così composto (o meglio, per quanto un sistema logico possa essere coerente, per dimostrarne fino in fondo la coerenza, vi sarà bisogno di introdurre alcune regole logiche esterne al sistema stesso).
La dimostrazione della necessarietà di porre un meccanismo metastrutturale per evitare che i criteri del metodo si vengano a confondere con l’analisi svolta, viene dunque a confermare l’idea che non possa esistere un metodo di interpretazione privo di un livello di astrazione separato, perché in tal modo si finirebbe per affermare che sia il medesimo ricercatore a fondare la coerenza logica dello studio fatto dal suo interno, senza vedere che vi sarà sempre un piano di analisi esterno da cui valutare l’effettiva corrispondenza tra meccanismo studiato e interpretazione data.

Sebbene dunque si possa impiegare il medesimo metodo statistico, sia per determinare la coppia posizione-’quantità di moto’ che viene ad assume un eletrone (nel campo delle posizioni probabili in cui si possa venire a trovare nel suo orbitare intorno al nucleo), sia per prevedere quali siano le probabilità di scelta di una persona di definite caratteristiche rispetto un range determinato di scelte prendibili, ciò non toglie che, sebbene suddette questioni, rispettivamente alle proprie specificità, generino entrambe dati di format probabilistico, d’altra parte: nel primo caso l’obitettivo d’indagine è mirato a definire un ‘targhet assoluto ed immutabile’ la cui realtà, dispetto come percepita, rimane sempre identica a se stessa, lasciando quindi all’opinabile solo il metodo che verrà a determinare il campo epistemologico della ricerca; nel secondo, invece, il targhet studiato può mutare nel tempo ed è la realtà descritta, e non la sola descrizione che se ne fa, a cambiare in dipendenza di come si impostano le ipotesi in studio.
Un’indagine sociale è di questo secondo tipo ed in essa infatti non può esistere nulla che possa assumere rilevanza se non rispetto al punto di vista dell’indagine medesima, però, come dicevamo pocanzi, non per questo le regole supposte possono essere giudicate solo in base alla propria coerenza interna, ma sarà proprio in base a riflessioni esterne che queste troveranno la propria legittimazione.

La questione ontologica, dunque, risulta sicuramente meglio risolta nell’ottica neopositivista, poiché in questo approccio il relativismo non viene posto tra osservante ed osservato, ma tra il primo e il sistema teorico che l’osservatore costruisce per deduzione allo scopo di verificare la sua comprensione causale dei fenomeni, la quale rimane verificata solo fino a prova contraria (principio di falsificazione di Popper).
Questo modo specifico di intendere l’ambito oggettivo che rimane sempre indipendente all’analista, ci viene a porre in maniera maggiormente critica rispetto l’oggetto studiato, favorendo la crezione di un paradigma di studio che sarà più pertinente al caso specifico]]]

D’altra parte l’idea di Weber in sè rimane molto interessante dal punto di vista epistemologico e metodologico;
la sua impostazione infatti ci porta ad intendere il metodo e le caratteristiche del ‘oggetto di studio’ risultante, come le parti costituenti di una unica unità indivisibile, dove, in fondo, è proprio il metodo stesso a dovere essere considerato come l’elemento rappresentativo e di interesse ed è da questo che si possono ricavare le caratteristiche del modello su cui il ricercatore indaga.

Mentre il neopositivismo opera metodologiamente, costituendo deduttivamente a tavolino una teoria e le ipotesi ad essa conseguenti, per poi rilevare empiricamente se l’esperienza falsifichi o confermi le leggi riscontrate, al contrario l’indagine interpretativista si propone di lavorare affiancando anche un criterio di indagine induttivo, cosìcchè accanto a valutazioni quantitative sui fenomeni, si utilizza un approccio qualitativo per comprenderli, ricercando poi, ancora in modo deduttivo, quali siano i significati che dietro di essi guidano le azioni sensate degli agenti, dove è la razionalità limitata di questi rispetto il sistema nel suo complesso, a determinarne i comportamenti e non sono invece leggi coerenti allo sviluppo complessivo del sistema studiato a fare ciò.

In questo modo si viene a delineare un campo di indagine di stampo costruttivista, ovvero che opera ridefinendosi in corsa per approssimazioni e la cosa garantisce all’osservatore di potere ricalibrare i canoni medesimi di studio, in dipendenza ai risultati parziali che via via si vengono ad ottenere.
La teoria non è quindi più concepita come un monolite esterno che guida i fenomeni, ma sono questi ultii che devono venire investigati scorgendo quali possano essere gli schemi che vi possano avere preso parte.

In economia-politica come nel campo storico e sociale, questo modo di procedere da l’opportunità al ricercatore di calarsi progressivamente per capire le azioni dei soggetti studiati e ciò è assai utile per produrre analisi di compendio in merito a: comportamento dei consumatori, psicologie inerenti investimenti o trend speculativi; analisi strategica dei soggetti economici e la loro capacità di innovazione strategica nel mercato.

In ultima analisi tale impostazione rende dunque il metodo di indagine più attento ed orientato a vedere il sistema come un complesso in trasformazione, dove valutazioni razionali di ordine qualitativo, e non necessariamente legate alla progressione di una sequenza numerica, vengono ad ampliare il backstage degli elementi sul tavolo di valutazione; cosa quest’ultima tra l’altro assolutamente positiva, perché ovviamente saranno il paradigma e l’inferenza logica tra i diversi metodi di analisi utilizzati, a definire la completezza del campo epistemologico risultante.

Se poi ciò che si studia è qualche cosa i cui presupposti sono interamente frutto dell’invenzione e dell’interazione umana (come è l’istituzione), benchè i risultati prodotti siano ancora fuori dal controllo diretto della ‘razionalità istituzionalizzante’, sicuramente una metodologia di tipo interpretativista risulta quindi funzionale per includere la possibilità di variare le regole medesime all’indagine dei fenomeni prodotti.

Ancor di più, accanto a quanto appena detto, tale ipostazione metodologica offre ancora la possibilità di monitorare l’esito di come i processi di istituzionalizzazione a promozione pubblica o privata vengano a sopravvivere o meno, in base alla propria medesima efficacia.

Includere gli obiettivi dell’indagine nel paradigma di analisi economica risulta quindi essere cosa necessaria, proprio per via dell’impossibilità di conoscere e tenere in considerazione le infinite possibilità potenzialmente disponibili, su come creare forme istituzionali differenti all’interno delle contingenze sistemiche rilevabili e per questo sarà allora necessario relativizzare lo studio progettuale a metodologie idonee per orientare l’indagine allo scopo ricercato.

Interpretativismo applicato allo studio economico-politico mostra quindi le sue migliori potenzialità, se con esso si viene a considerare in che modo i significati soggettivi possano andare ad acquisire oggettività all’interno degli accordi collettivi, costituzionali ed istituzionali che ne derivano di riflesso.

Infine concludiamo riassumendo così quanto detto fino ad ora: il paradigma interpretativista-costruttivista risulta essere un momento importante per lo studio economico, sia perché esso dà la possibilità di integrare valutazioni sociologiche, politologiche, storiche e quant’altro, permettendo con ciò di perseguire meglio il target assunto dal ricercatore come obiettivo di studio, ma soprattutto perché esso si rivela idoneo perché anche senza una completa visione della dinamica generale, rende possibile discutere sulla qualità dei possibili processi istituzionalizzanti percorribili, i quali possono quindi essere valutati come nuovi fattori di aggiustamento che, se istituiti, possono prendere parte al processo economico.


Perchè in economia politica non è giusto porre l’avalutatività, come base di garanzia per preservare la scientificità del metodo

Sistemiamo ora definitivamente una questione che potrebbe sembrare accessoria, ma che in realtà non lo è affatto e ci riconduce al problema già presentato tra le righe del capitolo precedente, che muove alla domanda se l’economia-politica sia una disciplina integrativa rispetto l’Economia, o se invece sia quest’ultima a dovere essere intesa come un tentativo per lo più riduzionista, di generalizzare dinamiche che vengono a generarsi in base ai precisi assunti presi in campo della prima.

Per il momento semplifichiamo la questione economica, assumendo per ipotesi che vi sia perfetta capacità di ricondurre l’andamento economico al trend preferito dalla collettività.
Messo da parte questo problema c’è allora da chiedersi se sia possibile o legittimo definire quale debba essere il giusto scopo dell’azione politica (ad esempio ritrovandolo nel tentativo di produrre equilibri macroeconomici proattivi, in regime di un limite antitrust efficiente), oppure se l’introduzione di uno specifico giudizio di valore nell’analisi determini già uno scostamento poco auspicabile dall’ortodossia scientifica.

Weber, sebbene da una parte avesse introdotto nel paradigma di analisi delle scienze sociali, il metodo di valutare le dinamiche tra i soggetti in studio, secondo i significati che le cose vengono ad assumere per essi (gli idealtipi), aveva parallelamente proposto il principio di ‘avalutatività’, come discriminante essenziale a cui doveva attenersi il ricercatore, perché alla propria indagine potesse essere attribuito valore scientifico, sostenendo a tale proposito che, per quanto le azioni individuali siano determinate da interpretazioni soggettive di valore, lo scopo delle scienze economiche deve essere quello di analizzare gli esiti sociali e non di valutarne l’opportunità.
Dunque al di là della soggettività con cui il ricercatore selezionerà il terreno di indagine per i suoi scopi specifici, secondo Weber per il resto la morale non doveva rientrare in alcun modo quale parametro di valutazione.
Alcuni economisti, come ad es. Gunnar Myrdal hanno messo in dubbio la reale possibilità che un procedimento di indagine possa essere strettamente avalutativo, affermando che chi conduce la ricerca, più che potersi effettivamente mantenere in posizione di vera neutralità, ha semmai al possibilità di avvalersi di meccanismi di controllo, per impedire che il sistema di analisi proceda formando teoremi che vadano a scostarsi dalla linea ispirata all’oggettivo.

La tesi che in questo trattato offriamo a tal riguardo, parte dalla seguente valutazione: se per scientifico assumiamo (come dovrebbe essere) che ci si debba riferire ad un metodo di analisi che produca regole empiricamente verificabili all’interno delle specifiche ipotesi e condizioni poste, allora non vi è assolutamente questione sul fatto che il procedimento di indagine sia condotto per pianificare l’ottenimento di un esito particolare alla fine dell’esperimento, anche se esso sia scelto in base ad una morale opinabile, perché è solo la riproducibilità del fenomeno stesso, quello che rende assumibile all’interno di un paradigma di studio scientifico il modo utilizzato.
Lo scopo dell’indagine, in ultima analisi, rientra nella messa a punto del metodo e quest’ultimo a sua volta può essere considerato come facente parte delle medesime ipotesi assunte e ciò dimostra in maniera inequivocabile la poca pertinenza del principio di avalutatività per lo meno nel processo logico deduttivo.

[[[Quanto detto è in realtà un concetto addirittura banale. Se prendiamo ad esempio al progettazione di un sincrotone, veiamo infatti che gli scienziati eseguano tale compito tramite un’analisi tecnica volta allo scopo di produrre scontri tra particelle che possano raggiungere soglie di energia taghet specificati, tali da potere verificare l’attendibilità dei calcoli uscenti dai propri modelli matematici assunti.
In questo caso vediamo che, mentre lo scopo dell’esperimento che gli scienziati fanno sia quello di verificare i propri modelli matematici, il loro scopo nella progettazione del sincrotone medesimo è invece quello di produrre scontri ad alta energia.
Nell’esempio preso, ovviamente, il secondo scopo che abbiamo evidenziato è funzionale al primo, ma consideriamo ora invece degli ingegnari che stiano studiano nella galleria del vento una forma che debba avere buona aerodinamicità, ma anche includere qualche elemento ritenuto esteticamente attraente: l’introduzione di questo secondo scopo astratto dovrebbe dunque fare venire meno le basi scientifiche del lavoro tecnico?
Ovviamente no, esso introduce semplicemente nel paradigma di studio, uno scopo qualitativo da valutare secondo criteri non riducibili in modo ordinale]]]

Facciamo (un altro) un esempio per chiarire questo concetto.
Non è detto che un impresa quando stabilisce i prezzi per i propri prodotti lo faccia ricorrendo alla classica formula differenziale usata per calcolare la massimizzazione degli utili, (dove all’aumento marginale del prezzo, l’incremento dei ricavi venga ad ugualiare quello delle spese di produzione), potrebbe invece scegliere, ad esempio, di determinare il prezzo opportuno per aumentare la scala di produzione in vista di investimenti strutturali, oppure addirittura di produrre sottocosto per scopo promozionale o per sbaragliare la concorrenza ed acquisire il monopolio.

Ovvimente è chiaro che in ogni caso, la scelta dell’impresa sul prezzo di vendita imposto al pordotto non sarà mai determinata a scopo di beneficienza sociale, ma sempre con l’aspettativa di un maggior guadagno futuro, però la valutazione rimane comunque strategica e dove essa non conduca a valutazioni univoche, gli aspetti contingenti rendono in realtà i criteri di scelta più simile a quelli qualitativi che a quelli quantitativi.
Sebbene infatti si potrà ancora utilizzare un modello stocastico, per strutturare secondo l’analisi matematica le probabilità, allo scopo di uniformare l’indagine rispetto i rischi rilevabili associati alle varie opportunità di investimento, non di meno procedimenti matematici, trovandosi di fronte ad: agenti che agiscono in modo strategico; eterogeneità del tessuto economico ed informativo; varie rigidità del complesso economico e infine i molti fattori che rendono imprevedibili gli andamenti del mercato futuro, difficilmente dunque tali valutazioni matematiche saranno per un’impresa più utili ai fini di una analisi strategica, più di valutazioni non-quantitative prese dai soggetti decidenti per intuizione.

Esempi alaloghi potrebbero essere portati per questioni relative a governance aziendale, relazioni di mercato tra grandi imprese monopolistiche e per i trust di vario livello.
Dunque, se persino gli attori economici anche nel semplice calcolo dei propri interessi fanno valutazioni opinabili, perché mai bisognerebbe allora valutare come distorsivi gli interessi e le esternalità dalle parti sociali, che tra l’altro posso anche essere fatti rientrare: tramite i meccanismi di governance istituzionalizzati, nella dinamica di mercato, oppure giocando a livello di altre asimmetrie e rigidità, nelle strutturalità economico-finanziarie?

[[[Si pensi ancora ad esempio al tentativo di Gini di determinare un metodo per parametrizzare la distribuzione della ricchezza.
Possiamo subito vedere che una siffatta operazione viene a ridurre una realtà complessa ad un semplice numero, tantochè differenti distribuzioni eterogenee potranno a questo punto risultare uguali, quando misurate secondo questo parametro.
Dunque tale operazione riduzionista può essere rappresentativa solo se usata in situazioni, in cui il metodo stesso per derivare tale parametro venga a sintetizzare la complessità a cui si riferisce, in maniera congrua con il sistema di relazioni a cui esso è chiamato a dare peso matematico.
Nei processi decisionali la matematica può dare soluzioni solo secondo le ipotesi prese, ma che queste siano o meno rappresentative e pertinenti al caso dipende dall’interezza dei fattori che entreranno in gioco, la quale per lo più risulta non essere interamente conoscibile nei processi economici]]].

Possiamo infine ancora considerare che anche le valutazioni stocastiche che si basano su serie storiche usate per includere l’apprendimento di strategie e modifica delle modalità competitive degli attori economici, viene ad assumere quali parametri dati presi per induzione, rendendo quindi arbitrario il giudizio sulla rappresentatività del modello stesso, ma tutto questo non priva minimamente di scientificità il lavoro di analisi svolto.

Si può ora capire che In economia politica, fare valutazioni di opportunità secondo le buone ragioni degli attori economici (“anche se irrazionali” come diceva proprio Weber nel “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”), oltre a dovere tenere conto delle dinamiche complessive, generate per esito strategico a procedere dalle varie posizioni assumibili, non potranno a questo punto essere nemmeno di carattere avalutativo, perché l’orientamento etico e politico-sociale della collettività verranno imprescindibilmente a rientrare nell’atto: costitutivo, evolutivo, o politico-economico della medesima istituzione.

Dunque coerenza e neutralità di indagine devono essere garantitite rispetto il metodo di condurre l’analisi a premesse impostate, mentre la scientificità dei risultati, non risulta essere attestata dall’avalutatività, ma dal corretto utilizzo delle regole di inferenza utilizzate nel processo deduttivo.

Difficilmente, quindi, chi abbia seguito l’iter logico proposto fino ad ora può ancora non rendersi conto di quanto il principio di avalutatività non sia quindi minimamente prendibile nello studio dell’economia-politica e ciò diviene ancor più vero se si pensa che la spinta evolutiva delle isituzioni, oltre che avvenire per l’innovazione stessa, si sviluppa sulle direttive poste dalla scelta democratica, rendendo così necessario l’inserimento dell’obiettivo di ricerca tra le ipotesi assunte, quale espressione del preciso giudizio di valore espresso in sede elettorale.

D’altra parte per introdurre giudizi di valore nell’analisi senza compromettere la attendibilità della ricereca è necessario rendere questi non arbitrari in un duplice senso:

perché studiati in modo ausiliario dalle scienze storiche e sociali, quali ‘idealtipi’ storicamente determinati (soprattutto rispetto quello relativo all’idea di ‘vantaggio collettivo’)
perché non idealizzati in modo astratto, ma usando essi per orientare lo studio del risultato economico, alla ricerca dei fattori che rendono strutturali dinamismi e bilanciamenti di sistema (i quali siano acquisibili come negativi per ‘rappresentazione sociale’), per escogitare da essi le alternative ritrovabili al fine di ottenere un esito qualitativamente e strategicamente migliore rispetto gli interessi della maggioranza, secondo la specifica composizione sociale uscente in una proiezione attuale e di lungo periodo

In conclusione riassumiamo dicendo che il risultato economico influenza profondamente: le strategie degli attori economici; gli equilibri tra aggregati sociali e soprattutto determina le trasformazioni interne al mercato del lavoro.
Dunque se in economia politica ci si sottraesse dal considerare come fattori interni al medesimo dinamismo economico, i risultati ottenibili per governare i processi economici secondo i corretti processi di istituzionalizzazione, che siano volti a dare correzione al progredire delle asimmetrie rilevabili, dove il sistema istituito fallisce di porre un riequilibrio dinamico di compensazione, allora si finirebbe per considerare come distorsiva la tendenza naturale della società all’innovazione sistemica, eliminando così la possibilità teorica di esercitare una spinta proattiva nella direzione ricercata.


La fondamentale importanza del format istituzionale in analisi

Consideriamo ancora una volta se dietro l’andamento economico le regole debbano essere considerate certe o relative, e nel secondo caso in che modo lo siano.

Inutile dire che queste non potranno mai essere ugalmente certe, rispetto come possa definirsi certa quella che governa la forza di gravità.
Nel caso di un sistema economico-politico, però, in merito alla possibilità di trovarvi regolarità più o meno certe, possiamo invece domandandoci se sia possibile ritrovare un ‘format istituzionale’ migliore in assoluto, valutandolo secondo lo specifico filtro di valutazione preso dal ricercatore come scopo di indagine; scopo che, verosimilmente, potrebbe trovare una sua compiuta possibile definizione, ad esempio, nell’analizzare le possibilità del sistema di risolvere su lungo periodo, tendenzialmente a vantaggio per la maggioranza della popolazione.

A questo punto, però, è necessario porci il problema di come impostare la questione in chiave metodologica.
Quindi bisogna chiederci ancora se rispetto all’economia ci troviamo in una situazione dove:
Il dinamismo ricercato quale esito economico prodotto venga a disporre, per sua natura, di caratteristiche tali per cui, comprese o meno che siano, solo conformandosi ad esse ne possa derivare un andamento economico, che in modo non distorsivo, venga a produrre un processo di massima espansione economica, essendo quest’ultima la soluzione da ritenersi preferibile in senso generale per la collettività; oppure, se piuttosto
è necessario procedere rilevando, alla meglio delle conoscenze disponibili, le precondizioni per produrre l’‘esito tendenziale’ di riequilibrio proattivo pianificabile, concependo il risultato ottenuto come il riflesso connaturatosi a seguito dei processi di istituzionalizzazione, per come essi sono stati applicati, oppure ideati, nel tentativo di ottenere gli specifici equilibri istituzionali e di govenrance ricercati.

La differenza rilevante tra le due impostazioni sopra definite è che, mentre nel primo caso (come approfondiremo nel paragrafo seguente) l’istituzione ricercata si presenta solo quale metasistema normativo volto a tutelare la concorrenzialità dei dinamismi che si snodano tra istituti di credito e finanza; nel secondo si presuppone invece, che accanto a quest’ultimo si tenti di pianificare un meccanismo di compensazione, in grado di riequilibrare le asimmetrie in modo proattivo.

Le due summenzionate impostazioni, d’altra parte, non possono essere viste semplicemente come oggetti di discrezionalità, perché dove possibile, si dovrebbe sempre propendere per la seconda, in quanto migliore per determinare il maggiore vantaggio e la migliore capacità di scelta per la collettività [più avanti ne approfondiremo i motivi].
Quindi il problema che ci si presenta di fronte, consta in ultima analisi, nel determinare una metodologia per uno studio delle opportunità, dove i vari metodi utilizzati per la ‘progettazione istituzionale’/’analisi economica’, producano risultati da comparare nei loro sviluppi, ovviamente, sempre in base alla propria fattibilità e alle proprie precondizioni associate.

Proviamo ora a rivedere i termini della questione sopra trattata prendendo la problematica da un altro punto di vista.
Il tentativo di pianificare un determinato risultato tendenziale per l’andamento economico, deve necessariamente significare di porre dei policy maker che si oppongano in modo distorsivo rispetto l’andamento naturale del processo economico istituito, oppure vi è la possibilità di pianificare un sistema economico-politico, che in virtù dell’isituzione creata, riesca a produrre esiti tendenziali e leve di gestione politica bilanciate, tali per cui in conformità alle strutturalità economiche nazionali, si vengano ad imprimere i giusti interventi per orientare le dinamiche socioeconomiche verso una risultante adeguata alle aspettative dell’elettorato?

La questione è stata al centro di secoli di dibbattito economico, ma se ritorniamo ai termini precedentemente posti, possiamo ora renderci conto di come anche rispetto questa seconda dicotomia presentata, la differenza consta innanzitutto nel metodo di ‘studio-progettazione’ che le rispettive tesi implicano, perchè le ‘caratteristiche progettive’ acquisibili dai format istituzionali presi in analisi, sono frutto della pianificazione producibile secondo le rispettive forme di indagine applicate.

Ora, se prima avevamo visto che la collettività tragga maggiore vantaggio, procedendo per quanto possibile secondo la seconda metodologia summensionata, possiamo però facilmente capire che la ricerca, d’altra parte, abbia maggiori difficoltà nel procedere proprio per questa via, perché l’atteggiamento scientifico-sperimentale connaturato nelle prassi dell’accademia, conduce alla (seppur comprensibile ma non necessaria) limitazione di dare maggiore credito a quanto possa presentarsi secondo risultati maggiormente allineabili nel complesso accademico.

Le contingenze sistemiche che verrebbero ad emergere a fronte di un serio studio progettivo del meccanismo istituzionale, presentano il grande svantaggio di rendere necessaria l’introduzione dei rispettivi criteri da associare alle impostazioni sul tavolo di lavoro, per valutarne l’opportunità, aprendo così le porte ad una pluralità di visione che rende apparentemente meno legittimi i risultati, o che addirittura può semplicemente causare la corruzione della discussione per via delle stesse dinamiche interne al mondo degli studiosi e della competizione per il successo in ambito accademico (rinvio il presente discorso a quando in seguito parleremo della ‘recalcitranza dei mezzi’ postulata da Seltznick, per fare notare come quest’ultima risulti associata anche a questo problema).


Brevi cenni sul problema economico

Come abbiamo ampiamente trattato fino ad ora, se definiamo per ‘capitalismo’ il sistema risultante dalla competizione degli agenti economici nel massimizzare i propri profitti, in termini di accumulo di capitale, allora non è assolutamente pensabile ridurre lo studio economico all’analisi di un sistema capitalistico puro; non solo perché si debbano necessariamente includere tra le motivanti degli attori economici, come sosteneva Veblen, i vantaggi immateriali che questi possano ambire, o ancora, come introduceva Weber, le loro buone ragioni non razionali, ma perché se assumiamo che il nostro interesse, oggi, è di studiare l’attività economica che si sviluppa nelle democrazie occidentali, risulta allora essere solo un semplicistico colpo di cesoie, non includere nella valutazione l’influenza che i valori sviluppati nelle parti sociali riescono ad imprimere alle medesime regole di diritto inter e intra nazionale, e tra di esse le norme per regolare: scambi, imposte, trus, antitrust, modelli organizzativi di imprese pubbliche e private, tutela delle esternalità, le varie incertezze o rigidità del mercato ed infine il medesimo processo di istituzionalizzazione che determinerà il background su cui tutto ciò avviene.

In secondo luogo, se noi veniamo ad assumere per ipotesi che la condizione chiave per dare impulso continuo agli investimenti, a livello globale, stia nel garantire sempre un alto rendimento per il capitale, veniamo allora ad entrare in un paradosso, perchè il meccanismo a ciò conseguente, lasciato libero di determinarsi in modo autonomo, verrà con il tempo a tradursi progressivamente, in un illimitato e meccanico calo tendenziale del valore del flusso economico generato, rispetto il valore delle risorse capitalizzabili medesime.
Infatti è la stessa acquisizione di valore del capitale (ottenuta in rapporto al flusso immesso nel sistema), che mantiene la sostenibilità finanziaria in bilancio e la redditività dei soldi e risorse investite, grazie alla continua produzione di nuova esposizione finanziaria, dando, tra l’altro sostegno al medesimo riacquisto della produzione.
Su lungo periodo a seguito di tale dinamica, verrà inesorabilmente a comprimersi la capacità del circuito economico di determinare potere d’acquisto nel sistema in prospettiva futura [Nello schema a fine capitolo offriamo un metodo visivo chiaro che riassume in modo estremamente sintetico l’intero processo sopra descritto: Per il momento ci limitiamo ad offrire come dimostrazioni empiriche a suffraggio del raggionemento dato, la dinamica di costante crescita dei rischi sistemici e della perenne tendenza alla creazione di bolle speculative]

Da ciò si evincere chiaramente l’illogicità di identificare il successo dell’andamento economico nella massimizzazione dell’utile aggregato prodotto e ciò perché l’accesso al riacquisto della produzione per la collettività (potere d’acquisto del, per così dire: ‘salario’) è cosa ben diversa dal rendimento del capitale ed in tale prospettiva è necessario porre in modo organico sul tavolo d’esame, le condizioni reali disponibili per mettere in equilibrio i fattori economici, perché ciò si rivela il punto saliente per permettere la possibilità di operare una induzione dei processi economici in senso positivo e proattivo, per la determinazione di dinamiche sociali opportune.

Certo è che se su questa linea dobbiamo considerare allora l’economia come un sistema su cui agiscono: da una parte la spinta risultante delle forze aggregate degli attori economici, dall’altra le spinte istitutive e di politica economica per sanarne le dinamiche degeneri, c’è da notare che sebbene uno ausiliario studio storico possa cogliere i tratti di tale evoluzione nel passato, è solo studiando le potenzialità organizzative dei ritrovati sistemici attualmente pianificabili, che si possano avanzare modelli predittivi per comprendere quali siano le prospettive di cambiamento che ci riserva il futuro e ancora quanto c’è di contigente è aperto nello studio per pianificare un esito economico corretto dal produrre gli attuali effetti collaterali.

C'è da fare una importante precisazione: quanto sopra trattato si riferisce da una dinamica meramente nominale interna al meccanismo di valorizzazione che si realizza nel circuito finanziario-monetario, d'altra parte c'è ancora da considerare che il rapporto tra il valore del capitale e la propria redditività è anche legata al tenore di spesa nei vari fattori di produzione.

Se questi ultimi vengono a calare per il progressivo l'incremento di produttività dovuto all'avanzamento tecnologico, essi invece a crescere col l’aumento del tenore di competizione che le imprese dovranno affrontare per immettere i propri prodotti sul mercato; competizione che è infatti direttamente proporzionale allo share di mercato creato dal riacquisto ed inversamente proporzionale al numero di imprese che condividono il medesimo targhet di mercato.

Però, può crescere il valore del capitale quando l'abbassamento progressivo dei redditi dovrebbe causare la determinazione di un outlook negativo su lungo periodo?

Sì, perché i produttori giudicano positivo il calo dei fattori di produzione e la crescita medesima del valore relativo all'infrastuttura di produzione a seguito dei nuovi investimenti, mentre non sono pienamente consapevoli della diminuzione del flusso economico per i beni di consumo riacquistati  finché non si entra in sovraproduzione. Dunque, fin tanto che gli investimenti continueranno a mettere in circolo il credito mancante per il riacquisto della produzione non vi sarà alcun problema per la rivendita della stessa. mentre salirà il valore del capitale, che in aggregato è il capitale per compettere per lo share di mercato prodotto (dove lo share comprende anche gl aspetti infrastrutturali e finanziari del sistema)i.

Da quanto detto possiamo capire due cose: 1) che il nuovo indebitamento per creare beni di produzione va a sostegno del flusso economico; 2) che il valore degli asset, in aggregato, potrà crescere anche quando verrà a diminuire il flusso economico prodotto nell'acquisto di merci e servizi e ciò proprio perché il medesimo aumento speculativo del valore aggregato delle aziende, che è in esse presente come capitale proprio o come valore delle azioni possedute di altre azione, costituirà un guadagno che tenderà a compensare la tendenziale compressione di redditività del meccanismo produttivo.

 

Sarà quindi il processo nominale a divenire l'elemento veramente rappresentativo per cogliere il fenomeno nel suo insieme, perché è la medesima tendenza degli asset a maturare un rendimento omogeneo, a garantire dal canto proprio che si sviluppi un tenore di competitività all'interno dei vari settori d'impresa, tale da rendere l'introito riavuto dalla rivendita dei beni di consumo coerente con il tenore di redditività delle aziende partecipanti al mercato.

 

In sostanza al progredire dell'economia il meccanismo di guadagno in cui competono gli attori economici, si sposta progressivamente dall'autoalimentarsi per la crescita reale del circuito economico, alla crescita dell'infrastruttura finanziaria per la produzione .    

 

Considerazioni:
1) Se il profitto fosse creato unicamente sulla base della compressione della retribuzione destinata alla forza lavoro, visto il deterioramento delle possibilità di riacquisto e il conseguente calo di prospettive di reinvestimento, non vi sarebbe soluzione per il circuito economico neanchè per il breve periodo.

Dunque per mantenere l'equilibrio tra l'offerta di fondi mutuabili e i nuovi investimenti delle imprese, divene necessaria la creazione di asset di valore non liquidi.
Non può quindi bastare il sostegno alla domanda aggregata per risolvere questo problema, infatti se l'emissione di asset improduttivi promossa a fronte dell'erogazione di debito pubblico, sull'immediato spiazza la moneta in eccesso, su lungo periodo va squilibrando progressivamente il prospetto finanziario.

Ciò che risolve invece la questione sono le nuove passività promosse da banche ed imprese, le quali vengono a compensare (realmente e non per spiazzamento) l'offerta di moneta in eccesso, stimolando il profitto in base all'acquisizione di beni di investimento e del conseguente aumento di competitività per riprendere dallo share di mercato.


Vediamo che il tenore del reddito nominale di coloro che riacquistano le merci sul mercato, non è solo sostenuto dai soldi ritornati all’impresa dal circuito economico ma anche per la continua nuova esposizione finanziaria verso banche e risparmiatori (per la maggioranza finanzieri).
Tale esposizione risulta sostenibile in bilancio per via della crescita del valore del capitale finanziario mobiliare ed immobiliare, quindi del rapporto di questo e rispetto il valore del reddito che riguadagnano i lavoratori (e dunque proprio dalla compressione in senso relativo di quest'ultimo).


Il capitale finanziario ad ogni modo non cresce solo per i profitti imprenditoriali ma anche per i guadagni dei risparmiatori più agiati, perciò, infine, se il capitale cresce lo fa in rapporto al redditto del lavoro non qualificato.

Suddetto meccanismo viene a tradursi nella costante erosione dovuta all'inflazione, dove quest'ultima deriva dalla crescita finanziaria (che è crescita del risparmio e quindi dalla disparità tra redditi).

E' chiaro che essendo il costo di un lavoratore ordinario irrisorio rispetto il valore dei beni di consumo da esso prodotti, il reddito reintroiettato nel sistema a causa dell'assunzione di un lavoratore di tale tipologia non giustifica il riacquisto dei beni prodotti dal medesimo nuovo assunto; sarà invece il reddito di chi lavora per rendere i prodotti competitivi sul mercato a potere fare ciò, perché la propria mansione non aumenta lo stock di produzione, ma la competitività dell'impresa all'interno dello share di mercato.

Dunque mentre i bilanci dell'Impresa possono essere promossi secondo logiche precise di produzione, i criteri per analizzare la sostenibilità degli istituti di credito e la coerenza dell'insieme dei prodotti finanziari derivanti, risulta essere tutt'altro che chiara e se i primi beneficiano della competizione, che come visto da una parte aumentano i costi di produzione ma dall'altro lo share di mercato e il valore stesso del capitale, i secondi creano invece valore dall'acquisizione di capacità di gestire il rischio sistemico, su equilibri elusivi promossi dall'articolazione azionaria tra imprese ed investitori istituzionali, e ciò risulta essere un meccanismo che garantisce tutt'altro che equilibrio.


Il Campo in ombra nella ricerca in economia

Ovviamente per studiare un sistema economico, non sono solo importanti i metodi usati per analizzarne il funzionamento, ma anche definire quali dinamiche prende come oggetto di studio, per i vari campi di indagine di interesse.
Se quanto ci proponiamo in economia politica è di ottenere più consapevolezza sulle opportunità aperte per il miglioramento il sistema economico in cui viviamo, allora tutto il paradigma d’analisi nei vari campi di interesse va calibrato in maniera opportuna secondo questo obiettivo.

Per affrontare questo tema ricorriamo per il momento ad un analogia che ci aiuterà a rendere pratiche alcune cose teoriche che si vuole sottolineare in questo capitolo.
Analizzare quindi quali sarebbero le ottiche che verremmo ad assumere per studiare il gioco del calcio.
Come vedremo, questa analogia ci consentirà di inquadrare le linee principali, secondo cui osservare le relazioni che in un sistema di gioco si determinano tra: schemi strategici, regole e allocazione delle risorse e la funzionalità marginale di quest’ultime (che non dipende solo dall’allocazione, ma da tutti i punti precedentemente elencati).

Prima di forzare questo parallelismo, sottolineamo, giusto per rendere evidente di averne consapevolezza, che la differenza fondamentale dei due termini di paragone, è che mentre la dinamica economica è continua e prosegue sulla base dei risultati precedentemente ottenuti in modo lineare (tramite la costante riconfigurazione della competitività degli agenti economici), le partite hanno un inizio ed una fine ed il valore delle risorse disponibili (le prestazioni dei giocatori), non muta in conseguenza agli esiti delle partite svolte ma sono invecerese da quest’ultime conoscibili.

L’analisi più comune che possiamo fare di una partita, ancora prima che questa inizi, ovviamente è quella di studiare le risorse umane disponibili alle due squadre, tracciando quindi una serie di ipotesi rispetto le scelte possibili dei giocatori che gli allenatori sceglieranno di mettere in campo, o di quali schemi di gioco utilizzeranno le due squadre per fronteggiarsi reciprocamente.

Gli allenatori dal loro canto, in parte utilizzeranno il medesimo bagaglio nozionistico con cui gli analisti esterni fanno i loro pronostici, in parte si baseranno: su una propria sensibilità personale; sulla loro maggior conoscenza rispetto il reale stato fisico dei giocatori che allenano; sulle loro situazioni famigliare; il loro umore; influenza di scelte manageriali e via dicendo.

Vediamo innanzitutto che una componente del paradigma di ricerca ugualmente valida per analizzare: sia un processo economico che una partita di calcio verte sull’individuazione di metodi idonei, per fare pronostici o per stabilire come meglio allocare o acquisire le risorse disponibili nel sistema.

Nel caso del calcio, ad es, in questa prospettiva si potrà studiare: quanti soldi sarà bene che il manager economico della squadra spenda per acquisire un giocatore con determinate caratteristiche utili all’orgaico; l’efficacia statistica di un determinato schema di gioco calcolato rispetto squadre con caratteristiche analoghe a quelle dei competitori; la propensione statistica dei singoli giocatori nel ricercare e spingere determinati schemi di gioco e, infine, il posizionamento più opportuno che dovrà assumere in campo ogni giocatore, per valutare secondo le proprie caratteristiche ed affinità con gli altri, la capacità di produrre gli schemi opportuni per attaccare o difendersi dalla squadra avversaria.

Le valutazioni che torneranno però di maggiore utilità per gestire una partita, ad ogni modo, saranno quelle incentrate sulla scelta e quindi sulle opportunità relative ai vari schemi tattici utilizzabili, mentre il valore stesso che una squadrà nel suo organico andrà ad acquisire nel tempo sarà dato dal lavoro di selezione in allenamento, dei schemi di gioco validi che i giocatori via via manifesteranno spontaneamente o su insegnamento del proprio allenatore.

In economia, valutazioni riguardo la scelta dello schema tattico da seguire verrà sicuramente ad assumere peso rilevante per studi che riguardano gli interessi dei privati, ma se ci spingiamo nel campo degli interessi collettivi all’interno di un sistema economico, raramente gli economisti moderni, oltre le considerazioni sulle opportunità di politica monetaria e fiscale, si spingono sul campo strutturale dell’economia, se non per fare valutazioni prodotte quali considerazioni di fondo, senza mai interrogarsi in maniera realmente propositiva a tal riguardo.

Prendiamo ad esempio alle analisi strategiche che si svolgono su: le varie forme utilizzabili di: ‘corporate governace’; cosa implicano le componenti di background delle aree economiche in merito a scelte aziendali di market-driven o cross-cultural management; oppure, in generale, per mettere a confronto i vari modelli di capitalismo, o per capirne l’iterazione sul piano integrato (modello: renano, anglosassone, padronale e le varie forme ibride).
Tutto ciò è chiaramente studiato, ma questo studio è veramente orientato ad individuare linee di intervento in merito a tali questioni?

Per tornare la calcio, come già visto, l’allenatore agirà innanzitutto secondo il suo intuito, selezionando e spingendo per tentativi, durante l’allenamento, gli schemi utilizzabili, secondo le caratterestiche dei giocatori che avrà in mano.

In economia chi fa altrettanto?
Ovviamente i privati utilizzeranno un approccio analogo per studiare l’organizzazione delle proprie imprese, le relazioni tra fornitori su cui investire, il giusto marketing da fare ect., ma dal punto di vista nazionale chi si occuperà invece di analizzare: gli assetti di governance delle imprese strategice o degli istituti di credito; i bilanciamenti tra industria, politica, banche ed informazione (anche quest’ultima gioca un certo ruolo in materia); l’opportunità delle varie manovre di promuovere la formazione di determinati assetti industriali; le metodologie di aste pubbliche e molti altri aspetti relativi ad altre questioni di analogo interesse?
La politica e la ricerca ovviamente.

Solo l’istituzionalismo economico, però, nella storia dell’economia politica, ha tentato di creare paradigmi di studio per analizzare questo tipo di problemi in modo da dare focus agli aspetti dello sviluppo dei processi di istituzionalizzazione del sistema; nel corso dell’articolo, avremo lungamente modo di parlare degli approcci moderni che discendono da questo tipo di approccio, ma per il momento vorrei sbilanciarmi sul limite medesimo della questione, guardandola un maniera estrema.

Partiamo da una considerazione.
Nel capitalismo la competizione serve per dotare il sistema di responsabilità ed incentivo all’innovazione, d’altra parte, se tale motore di competizione è già realizzato all’interno dell’economia nazionale, a cosa serve la competizione economica tra nazioni?

La spinta allo sviluppo è già abbondantemente prodotta dalla competizione interna degli agenti rendendo superfluo che vi sia anche dall’esterno.
Servirà allora, forse: per avere una filiera globale di produzione che spinga ad una maggiore specializzazione e contenimento dei costi?
Se il problema economico fosse di riuscire a diminuire il lavoro umano impiegato per la meccanica di produzione, per ridurre i prezzi sì ma il problema economico odieno è un altro, e per certi versi decisamente l’opposto.

Serve per l’integrazione delle conoscenze? Per mandare i propri figli a studiare all’estero?
Quanto vedremo tra breve, è che per tutto ciò l’integrazione finanziaria non è assolutamente indispensabile; semmai una certa permeabilità in tale senso è sicuramente necessaria per permettere, ad esempio, di sposarsi con un cittadino estero, oppure semplicemente per trasferirsi in una altra nazione portando con sè i propri averi ma tre permeabilità ed una completa integrazione cene passa di strada.

Ma perché dunque attualmente la ricerca sembra fare fronte compatto a sostegno dell’affermazione che la sempre più integrazione sia l’unica strada percorribile?

Chiaramente la cosa è oggi presentata come impossibile.
Senza dire se questa valutazione sia giusta o sbagliata, ci limitiamo a constatare che la questione non è mai stata affrontata con un paradigma di indagine che avrebbe potuto produrre un risultato differente dalla risposta data.

Innanzitutto l’integrazione dà grandi vantaggi competitivi all’interno della competizione globale e le tesi liberiste traggono da ciò la propria autolegittimazione.
D’altra parte i filoni di indagine più vicini alla ricerca delle strutturalità economiche che si realizzano all’interno delle reti di produzione, mostrano invece che impostazioni normative incentrate sulla riqualifica delle singole aree economiche, facendo leva su di esse, diano un certo grado di modularità alla partecipazione degli agenti economici interni rispetto la filiera globale di produzione.

Dunque se già all’interno della medesima competizione generata in regime di integrazione finanziaria, si vengono a creare situazioni tali per cui la logica del semplice dare incentivo al profitto, viene parzialmente a saltare per dinamiche interne all’area economica, figuriamoci se le regolamentazioni medesime fossero mirate a modificare il medesimo piano della competizione finanizaria che si realizza con l’esterno.

Vediamo infine, che è assolutamente chiaro a livello teorico, che se i sistemi economici nazionali non dovessero competere per attirare gli investimenti internazionali, allora sì, che si verrebbe a ridare l’asimmetria di forza in mano ai legislatori, per gestire i processi economici in base agli interessi collettivi, anche dispetto gli interessi dei finanziatori privati.

Se dunque continuare a rendere i mercati efficientemente integrati, non è l’unica ipotesi possibile da seguire ma, anzi vi sarebbero margini teorici per dimostrare che per altre vie la collettività potrebbe aspirare a ben maggiori benefici, allora non dovrebbe essere compito proprio dell’economia lo studiare come e a che condizioni si possa trovare un altrenativa in modo da allargare la scelta collettiva?

Per riprendere torniamo ancora una volta al calcio e vediamo che potremmo addiritura valutare in che modo un cambio di regolamentazioni, come ad esempio introdurre od abolire la regola del fuorigioco, possa alterare completamente tutti gli sviluppi tattici e schemi di gioco, oppure ancora come prendendo per obiettivo il dare maggiore giustezza di risultato alla competizione (o ancora per evitare comportamenti scorretti tra giocatori), si possano valutare quali nuovi strumenti eletronici di rilevazione sia bene mettere in campo.

Gli economisti si sono mai, allo stesso modo, domandati quali siano le regolamentazioni di sistema in grado di apportare una modifica agli equilibri generali dello sviluppo economico, esattamente come è avvenuto nel calcio con introduzione della regola del fuori gioco?

Sì! Prima di completare la risposta però bisogna innanzitutto da capire, che se le aree valutare hanno un certo grado di integrazione finanziaria, allora perché un regola possa avere un impatto sull’equilibrio generale e non sui fattori competitivi dell’area in cui introdotta, allora il cambiamento deve riguardare proprio le regole medesime di integrazione, pechè è in base a queste che si viene a sviluppare il meccanismo competitivo trans-nazionale.

Discussioni in tal senso, nella storia, le abbiamo viste a Brettonwood, con l’istituzionalizzazione del fondo monetario internazionale ed il rifiuto del sistema bankor proposto da Keynnes; le abbiamo viste nei tentativi non fatti o falliti di creare organizzazioni sovranazionali: per gestire i problemi ecologici; dumping a scapito delle micro imprese nazionali e alla capacità fiscale delle nazioni; per tutelare i partecipanti al mercato comune da truffe finanziarie ed evasioni fiscali, oppure ancora per ritrattare la base etica degli accordi internazionali.
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Chi però in tal senso toccò veramente lo snodo nevralgico del problema economico, fu Rodrik con la sua geniale enunciazione del ‘trilemma economico’, dove si afferma che in una area valutaria si possono verificare contemporaneamente sempre e solo 2, delle 3 seguenti condizioni: scambi fissi, autonomia monetaria, libertà dei movimenti di capitale.

Il mondo della ricerca accademica ha escluso da sempre, a priori e per evoluzione storica, l’idea che i capitali dovessero necessariamente circolare con condizioni di vincolo quasi inesistenti, così il trilemma si è venuto semplificando e riducendo al semplice dilemma, tra l’avere cambli flex e autonomia monetaria, oppure cambi rigidi rinunciando alle proprie sovranità nazionali.

Nel presente lavoro metteremo in serio dubbio la legittimità di avere escluso dalle ipotesi di ricerca, l’idea di commutare la ricerca della completa integrazione, in quella opposta di costituire una permeabilità finanziaria regolata, ciò non per affermare di avere le prove inconfutabili che questo sia completamente possibile così con uno studio a tavolino, ma proprio per denunciare la non correttezza di avere completamente stralciato una possibilità di indagine in campo di economica politica e con essa la possibilità reale di capire, come produrre per istituzione, quanto in linea teorica risulterebbe assolutamente preferibile per la stragrande maggioranza delle persone. [come possiamo vedere dal grafico seguente]

A sinistra: SISTEMA TEORICO

 

 

[[[Completiamo dicendo che se una nazione impedisse di investire dall’estero nella propria economia : 1) ciò immporrebbe d’obbligo all’estero di prendere misure analoge nei confronti della nazione che abbia assunto tale impostazione, per impedire di renderla una datrice di liquidità fuori controllo nel sistema globale; 2) per la regola del trilemma di Rodrik a queto punto diverrebbe possibile avere contemporaneamente autonomia monetaria e cambi per il mantenimento perfetto del saldo economico senza speculazione; 3) non vi sarebbe nessun limite all’integrazione commerciale, anzi lo zero nel saldo della bilancia dei pagamenti, renderebbe assolutamente senza rischio i rapporti commerciali internazionali]]]

Vediamo quindi che un’area valutaria istituita su tali premesse risulta essere completamente in grado di eliminare la speculazione sul cambio, arrivando al contempo alla determinazione di un saldo sui pagamenti nullo (dal lato finanziario, per postulato; da quello commerciale, per regolazione tra cambi).

A questo punto rendere proattivo il sistema di produzione interna diviene cosa completamente gestibile mantenendo viva la competizione degli agenti economici nel mercato interno, ad esempio tramite un sistema di investimenti in conto capitale a promozione pubblica, il cui indirizzamento venga proposto agli elettori prima del voto, oppure che sia messo in mano ad una accademia universitaria autenticamente integrata nel meccanismo governativo con opportuni bilanciamenti.
(per fare un esempio: ciò si può ottenere attraverso gli investimenti in conto capitale in modo da riequilibrare il sistema di competizione dove è in fallimento, tanto da promuovere con la competizione aziendale la necessità di assumere personale competente)

In sostanza, certamente da una parte possiamo vedere l’economia come quell’insieme di modelli statistici con cui gli attori economici e gli statisti decidono le opportunità da prendere, in base alle probabilità di esito previste o le prassi considerate funzionali ai risultati dell’analisi in oggetto, ma la natura reale di ciò che stiamo studiando si rivela nello studio strategico e dei suoi esiti tendenziali.
Dunque se la politica fiscale o monetaria possono servire con più o meno successo il miglioramento di qalche parametro economico, è solo all’interno dei procesi di istituzionalizzazione che si producono autentici rinnovi di dinamiche e meccanismi di mercato.

In sostanza quanto affronteremo nel presente trattato è che, se fino ad oggi il tentativo di influenzare l’esito economico sia stato analizzato solo in termini di: se sia proattivo o distorsivo l’intervento dello Stato nella dinamica economica; ciò che vedremo è quanto non si sia mai data abbastanza considerazione, alle potenzialità di una progettazione isitituzionale attiva come elemento determinare per guidare l’antamento economico verso l’esito desiderato.


Il metodo scientifico e ‘l’aprogettività’ accademica

Per le ragioni dette nel capitolo precedente credo che oggi sia poco probabile che in accademia possa mai trovare successo, quale definizione di economia-politica (per la precisione ponendo essa in relazione al capitalismo): “studio dei possibili processi di istituzionalizzazione, per gestire i processi economici (nonchè meccanismo finanziario) in modo da avvicinarsi il più possibile al risultato democraticamente scelto”, e non perchè sia impensabile l’idea di impostare in modo scientifico un’analisi di tale genere, ma perché allo stato attuale, tale definizione mostrerebbe quanto sia disarmante, l’appiattimento accademico su di un postulato assunto per vero senza una precisa dimostrazione o ragion d’essere, ovvero che non sia concepibile altra attualizzazione sistemica, se non quella volta a dare coerenza al mercato finanziario.

Giova alla collettività tale impostazione?

Ben poco, infatti in seguito dimostreremo che il vantaggio collettivo retrostante la crescita economica è assai effimero, mentre se in chiave strutturalista riprendessimo l’idea di Marshall del distretto industriale, trasponendola e riammodernandola allo studio delle periferie finanziarie che vengono a determinarsi a procedere dallle rigidità del mercato e dalle componenti di background economico ad esse relative, risulterebbe allora chiaro dove si possono iniziare a cercare margini per gestire i processi economici in modo proattivo, deretminando vantaggio per la collettività, anche la dove si venga a causare parziale svantaggio per i gruppi di potere economico.

D’altra parte l’attuale appiattimento nella discussione accademica evita ai ricercatori la fatica di innovare i paradigmi economici di ricerca con l’obiettivo di fare emergere le possibilità perse, magari con il pericolo di ritrovare la propria carriera relegata all’angolo per avere osato evadere al mantra collettivo.
Al contrario, invece se si accetta la definizione di economia politica, più vicina all’imposizione neoclassica, data da Robbins: “l'economia è la scienza che studia il comportamento umano, come rapporto tra obiettivi e mezzi scarsi che hanno usi alternativi”, evitando in tal modo di mensionare che sono le medesime collettività ad organizzare in forza normativa la competizione per le risorse scarse o limitate (quando poi ci sarebbe ancora da dire che il problema reale sarebbe da individuarsi nelle restrizioni individuali di accesso alle risorse producibili e al utilizzo delle sovrastrutture create), vediamo allora che diviene più facile agirare il problema trovando un parametro di valutazione ‘oggettivo’ con l’aiuto del lemma ‘omo omini lupus’, che essendo pseudo-scientificamente accettato come legge gravitazionale dei comportamenti umani, sarà quindi il candidato più appropriato, per divenire l’elemento distintivo atto a fornire di credenziali scientifiche, alle idee economiche che vengano a basarsi su di esso.

Già Weber a suo tempo aveva però fatto notare, in confutazione a tale riduzione erronea dei termini del discorso, che anche se ponessimo il sistema comunista in oggetto di studio, l’analisi economica la si sarebbe comunque sempre dovuta fare in base all’individualismo metodologico e questo per sottolineare l’infondatezza dell’idea che il basare l’indagine economica sul comportamento dei soggetti dovesse volere dire di guardare ad un sistema che venisse ad assolutizzare l’egoismo come sua manifestazione connaturata, ovvero che ciò impricasse di avere già compiuto in sede metodologica, la scelta politica di escludere dagli orizonti di indagine, la ricera di soluzioni per dare coerenza a modelli organizzativi che venissero a presuppore una Razionalità organizzante.

Come avremo modo di approfondire in seguito uno stromo di uccelli acquisisce, come entità collettiva, delle risposte di gruppo che vanno al di là delle intenzionalità dei singoli membri, sebbene lo stormo stesso non sia altro che il frutto della semplice aggregazione dei loro voli.
Dunque anche presupponendo che tutti gli agenti economici siano spassionatamente inclini al massimizzare i propri utili senza nessuna remora morale, ciò non vuole dire che la loro interazione complessiva, all’interno di un preciso format istituzionale, debba venire ad esprimere l’egoismo elevato a sistema. Al contrario il sistema può assumere delle logiche intelligente sui cui sviluppi si può addirittura fare per comparazione una riflessione che presupponga la morale.

Forse potrà sembrare che io stia mescolando tematiche eterogenee, ma in realtà la ragione che rende questa argomentazione un poco frastagliata, è dovuta al dovere prendere contemporaneamente lo snodo di alcuni errori logici fondamentali, che purtroppo sono profondamente annidiati nelle convinzioni comuni.
Per concludere il cerchio riprendendo infine i vari fili sparsi, finisco dunque con il dire, che il problema fondamentale che si oppone alla creazione di uno schema di gioco che tuteli gli interessi comuni, viene a connaturarsi là dove la possibilità di promuovere efficaciemente che l’attività istituzionalizzante risolva in favore degli interessi collettivi, risulta impedita perché il sistema istituito presenta in posizione di debolezza, i medesimi equlibri di compensazione ed antitrust, rispetto gli interessi di chi, detenendo sacche di concentrazione di risorse economiche, ha in mano l’arma di ricatto di potere non rigenerare il medesimo circuito economico, se le cose vengono poste contrariamente al proprio vantaggio.

Soffermiamoci secondo su questo ultimo punto: il fatto che gli attori economici possano maturare questa arma di ricatto è evitabile o meno?
In linea teorica potrebbe essere evitabilissimo, dando in mano alla direzione nazionale il compito di rimettere in circuito gli opportuni investimenti in conto capitale, qualora il fallimento del meccanismo competitivo venga a frenare gli investimenti degli agenti economici, cosicché anche se gli equilibri di compensazione istituiti venissero a svantaggiarli, questi’ultimi subirebbero comunque una perdita posizionale maggiore se decidessero di non reinvestire.

In seguito vedremo utilizzando la curva di Laffer che, in linea teorica, la metodologia proposta sia effettivamente in grado di porre, in maniera coerente, il tetto voluto ai meccanismi di scala intreni alla produzione, favorendo così la creazione di posti di lavoro attraverso la regolazione dei meccanismi competitivi.
D’altra parte come ancora vedremo, per trasformare questa teoria nella pratica sarebbe necessario rivedere i meccanismi di integrazione finanziaria, perché sono essi l’unica barriera ad impedirne la realizzazione.

Ad ogni modo un sistema che non è in grado di dare un tetto limite allo sviluppo di asimmetrie progressive, darà necessariamente origine ad una situazione che per la colletività si rivelerà di fallimento sistemico.
Dunque è assolutamente necessario porsi il problema, di studiare come prodrurre una dinamica economica in grado di dare un tetto asintotico alla capacità individuale degli attori economici di aumentare indefinitamente la propria parte di share nel potere industriale-finanziario, perché ciò conduce alla medesima incapacità sistemica di sottrarsi alle inerzialità generate dalla creazione di asimmetrie progressive.
La salvezza a cui poi gli economisti si votano sempre, ovvero che vi sia un improbabile infinito incremento esponenziale della crescita economica, che venga a compensare la crisi tendenziale delle redditività degli investimenti (dovuta al crescere indefinito del valore del Capitale rispetto il flusso di riacquisto prodotto), si rivela solo una truffa ideologica, perchè questo è alla lunga impossibile ed è già abbondantemente riscontrabile all’interno delle crisi sistemiche che si realizzano sul piano finanziario globale.

Certo è che se su questa linea dobbiamo considerare l’economia come un sistema su cui agiscono: da una parte la spinta risultante delle forze aggregate degli attori economici, dall’altra le spinte istitutive e di politica economica per sanarne le dinamiche degeneri, c’è da notare che sebbene uno ausiliario studio storico possa cogliere i tratti di tale evoluzione nel passato, è solo studiando le potenzialità organizzative dei ritrovati sistemici attualmente pianificabili, che si possano avanzare modelli predittivi, per comprendere quali siano le prospettive di cambiamento che ci riserva il futuro e ancora, quanto c’è di contigente e aperto allo studio progettivo, per pianificare un esito economico che possa servire da compensazione rispetto le dinamiche collaterali correntemente agenti.

Aggiungiamo infine, per riprendere il tema iniziale, che se un sistema per creare un equilibrio asintotico fosse possibile e realmente pianificabile, allora questo corrisponderebbe in modo più che certo all’orientamento che verrebbe ad essere preferito da una qualsiasi compagine democratica in grado di capirne le implicazioni.
Questo per due motivi:

perché l’arrivo ad un equilibrio dinamico gestibile è l’unica soluzione per garantire, su lungo periodo, di mantenere il sistema tanto distribuito da generare un tenore di competizione aziendale sufficiente, per rendere proattiva la dinamica che genera occupazione nel mercato del lavoro.

perché, come riprenderemo in seguito, la possibilità di spingere al riequilibrio è la precondizione stessa, per avere margini contrattuali, affinché la scelta democratica possa prevalere sugli interessi degli operatori che si occupano del meccanismo di reinvestimento nel circuito finanziario.

Per concludere rimarco infine che quanto detto in questo capitolo non deve servire da sponda d’appoggio per proporre ideologie, che costruite su necessarietà ideali, vengano chiamate a cacciare fuori dalla porta la realtà; al contrario è essenziale capire che la risposta di cosa nel metodo di ricerca economica debba essere presa da discriminante, perché lo studio possa venire riconosciuto come scientificamente fondato, non stia nell’avalutatività proposta da Weber, ma semplicemente nell’attenersi al principio, che bisogna sempre guardarsi bene dal perdere di vista l’attuabilità di quanto ipotizzato.

Scientifico in campo economico, in ultima analisi, non vuole dire che ci si debba limitare ad analizzare correttamente gli sviluppi probabilistici del sistema, nelle asimmetrie in esso maturate secondo le regole, oppure che in mancanza di di decidibilità matematica su valutazioni qualitative, sia allora necessario procedere in totale assenza di progettazione istituzionale. In tal caso infatti, lo studio risultante poco ci dirà sulle possibilità del sistema di volgere a beneficio collettivo.

Se poi anche non accettassimo l’idea habertmassiana di vedere il ‘discorso’ come mezzo dello spirito collettivo per arrivare a definire un’etica sociale, quale prodotto della società umana e volessimo invece leggere il meccanismo democratico come una competizione tra egoismi di classe, dovremmo dunque concludere che il porcesso istitutivo non possa allora tendere alla realizzazione dell’interesse collettivo, in virtù dei proprii bilancimenti istituzionali?
Il compito della scienza si deve limitare a descrivere come nonostante tutto, la democrazia debba fallire il suo compito di promuovere gli interessi della maggioranza, o dovrebbe invece essere quello di studiare il problema economico, per individuare quali siano le possibilità di risolvere il sistema in un autentico successo per la collettività?

Le domande poste, in realtà, sono solo parzialmente retoriche perché ci vengono ad introdurre all’interno di un problema molto profondo che è radicato nella progettazione sistemica di fatto, perché effettivamente mettere tanti sistemi aperti in competizione in un unico meccanismo finanziario perfettamente integrato, vuole dire porre il potere economico in preminenza sul potere politico, perché i governi nazionali entrano in competizione nel fare regolamentazioni per attirare gli investimenti ormai trans-nazionalizzati.

Restringere dunque lo studio economico alle dinamiche della competizione capitalistico-finanziaria, equivale [come approfondiremo in seguito] a postulare la completa incapacità sistemica di tutelare la maggioranza della popolazione mondiale, dalla inesorabile progressiva restrizione dell’accesso al mondo del lavoro e del acquisto che ciò comporta e dunque tale restrizione elevata a postulato non fa altro che escludere dalle possibilità di indagine il modo di dimostrare il contrario, ma se torniamo al principio di falsificabilità, veramente possiamo non renderci conto che tutto ciò non sia per nulla necessario?

Il problema reale è che l’attuale studio economico è completamente aprogettivo ed è questa la causa che porta la cittadinanza democrazia a subire l’economia come fosse un problema ingestibile.

La domanda che in conclusione questo lavoro vuole aprire è: può la ricerca ottenere strumenti idonei, per assumersi il compito di non escludere dall’analisi quanto ipoteticamente istituibile e operare quindi, in modo metodico, una trattazione di quali siano le fattibilità teoriche, e le relative precondizioni necessarie per realizzare gli esiti delle ipotesi assunte, comparando infine gli esiti riscontrati secondo giudizi di valore formalmente corretti e conformi alle ‘rappresentazioni sociali’?

Il punto cardine di tutto ruota quindi intorno a quali siano le reali possibilità di fornire di opportune soluzioni istituzionali, i vari modelli su cui si sta facendo un’indagine economica, ponendo questi in comparazione sulla propria capacità di apportare al sistema: referenzialità, competenze ed equilibri per imprimere ai risultati sistemici ottenuti una spinta nella direzione auspicata, secondo le reali necesità della società a cui destinate.


Metodo scientifico o aprogettualità?
[Il fallimento della ricerca]

Se l’orientamento metodologico più innovativo che abbiamo trattato fino adesso ha effettivamente animato, secondo le forme specifiche del caso, alcune frangie più interdisciplinari dello studio economico, è molto grave constatare quanto la stragrande maggioranza della ricerca economica moderna rimanga invece chiusa, nel ridurre questa materia ad un semplice studio e valutazione delle opportunità finanziarie che si aprono nel sistema, dove dietro il postulato assunto in forza di ipotesi, che sia necessaria una completa e perfetta efficienza del mercato finanziario, si viene a barattare la possibilità di guardare proprio alle rigidità ed asimmetrie, come a quel potenziale ‘bagaglio strutturale’ tra le cui maglie si trovano i margini per ridare valore agli intenti collettivi, per un’integrazione che fa passare per scientificità di metodo la neutrale aprogettività che propone (dovuta all’isomorfismo intellettuale determinato da un metodo accademico lungamente privato della capacità di ipotizzare in modo progettivo).
Se è pur vero che spesso è meglio togliere i legislatori dal gioco e che comunque non si possa decidere interamente a tavolino come orientare le democratiche, è altrettanto vero che non si può rinunciare a studiare in modo ‘progettivo’ le potenzialità che il processo di istituzionalizzazione dispone per correggere gli esiti economici indesiderati, a causa della non possibilità di determinare in senso assoluto ciò che per natura presuppone una scelta.

Il non segliere, infatti, può venire considerata come una delle tante scelte che appartenengono al gruppo delle scelte assumibili e in economia-politica, se forse non è la scelta peggiore, di certo non sarà tra quelle che possano risultare più inadeguate agli interessi collettivi.
Uno studio ‘progettivo’, invece dal canto suo, potrebbe tranquillamente articolarsi di analisi eseguite per comparazione, dove definendo gli specifici criteri di valutazione adottati, si verrebbero così a ridurre i margini di opinabilità entro parametri, a quel punto facilmente discutibili in termini di ‘rappresentazioni sociali’, dove queste ultime sono infine storicamente determinate e accademicamente orientabili.

Se ora torniamo a quanto avevamo detto in conclusione alla sezione dedicata all’epistemologia, ovvero che il metodo e gli obiettivi del riceratore sono quanto definisce i criteri ed il range di validità dello studio economico, allora possiamo vedere che la validità delle premesse, che il ricercatore assume in base ai medesimi scopi di indagine, possono essere valutate solo a seguito di una analisi progettiva, compiuta per confronto sulle varie possibilità istituzionali ispirate agli specifici obiettivi ricercati.
Solo analisi sistemiche che siano pienamente sviluppate con coerenza interna, possono infatti venire poste a confronto per fare emergere la possibilità democratica autenticamente espressa in base alle ‘rappresentazioni sociali’ interne al dialogo collettivo.

Un siffatto studio deve dunque svilupparsi tramite procedure metodologiche che imprescindibilmente vengano a contestualizzare i risultati ottenuti ai criteri di analisi assunti nell’indagine. I giudizi di valore devono quindi essere assunti come parte integrante del metodo scientifico se si intende studiare un sistema economico democratico, poiché è solo in essi, che all’interno delle rappresentazioni sociali, si può trovare il modo di ordinare secondo opportunità, le possibilità aperte per ripensare e provvedere all’evoluzione istituzionale del sistema.
Presupporre che la ricerca economica si debba privare di tale ottica per incapacita, equivale portare invece la discutere su di un sistema economico che esce in regime di falsa democrazia, o meglio di una aprogettocrazia dove è l’interesse privato ad avere strutturalmente la meglio sull’interesse collettivo.

Il concetto che oggi è così difficile da fare emergere nella sua evidente realtà, è che se per metodo si prende il principio di neutralizzare quanto opinabile, assumendo quindi per elementi ‘strutturali’ di sistema, le dinamiche inerziali che sono strutturate in forza della amorfa apodissi risultante, si viene allora a perdere di vista quanto progettivamente ottenibile.

Se volessimo dire che questo è quanto di meglio abbia da offrire un metodo che si possa definire ‘scientifico’, si dovrebbe allora concludere che il metodo scientifico non sarebbe di alcun interesse per guidare la collettività alla massimizzazione del proprio utile. [[[Ed in effetti, come vedremo in seguito, questa impostazione fu in fondo vicina alle tesi dei primi promulgatori dell’istituzionalismo economico ed ancor prima della scuola storica tedesca]]]
Se però per scientifico assumiamo, che si debba semplicemente intendere tutto ciò che tenda a produrre regole empiricamente verificabili all’interno delle specifiche ipotesi e condizioni poste, allora nulla può vietare che l’indagine medesima possa venire orientata per cercare di produrre un esito particolare, anche se esso è scelto in modo opinabile. [[[Ed è questa la tesi fondamentale di questo lavoro]]]


Divulgazione; rappresentazioni sociali e ricerca quale istituzione

Un’ulteriore questione si viene infine ad inserire all’interno dello studio economico, ovvero attraverso il processo democratico le convinzioni delle persone divengono parte attiva dell’esito sistemico prodotto, ancora prima però è il dialogo tra i ricercatori economici ed il meccanismo di divulgazione che quest’ultimo imprime, che vengono ad orientare l’evoluzione sistemica.
Se dunque è proprio la progettività, il nodo saliente per capire quali sono le potenzialità dell’istituzionalizzazione all’interno del sistema, allora, in primis dobbiamo occuparci proprio del medesimo metodo di riceca accademica, per mettere in grado i ricercatori di discutere attivamente su quali possano essere gli strumenti istituzionali creabili per guidare metasistemicamente o governativamente il processo economico.
Se l’economia politica è quindi null’altro che un gioco sistemico, allora per dare sostanza ed introdurre quel meccanismo di ‘atuoriflessione’ del sistema che Alfred Marshall veniva svilupparsi come base evolutiva di mercato e società, è necessario ripensare all’equilibrio medesimo che la ricerca gioca nel sistema, capendo che la teoria economica è l’autoriflessione medesima del processo di istituzionalizzazione.


Ricerca accademica come istituzione e la ricerca di soluzioni ideali

Le ideologie sono il frutto dell'evoluzione storica di principi e concetti di natura economica e sociale, che assunti e strutturati in seno alle accademie di studio, sono quindi divenuti le 'basi strutturanti' retrostanti le varie scuole delle pensiero economico successivo.

Solo in sporadici momenti di rivoluzione storica, però, questi hanno potuto divenire gli autentici protagonisti della progettazione sistemica vera e propria e ciò perché il processo di ideazione delle specifiche istituzionali chiamate a produrre i fini ricercati, non è mai stato portato avanti dai gruppi accademici che avevano teorizzato i fondamenti teorici della teoria da cui esso traeva ragione, ma da configurazioni esterne di potere.
Di conseguenza le uniche intuizioni economiche che abbiano potuto veramente svilupparsi, sono state quelle tanto allineate all’assetto normativo-istituzionale storicamente e politicamente determinato, da potere generare forme applicative realizzate, su cui si potesse utilizzare il rigore del metodo empirico per testarne l’efficacia in modo empirico. [[tra breve spiegando l’‘isomorfismo mimentico’ capiremo alche altri aspetti affini a questo problema]]

Quindi il medesimo bisogno del lavoro accademico di poggiarsi su basi scientifiche (se non altro per derimere le differenze di vedute interne alla ricerca), ha finito per togliere consapevolezza sul fatto che è l’impalco normativo su cui procedono i processi di istituzionalizzazione (atti a favorire la costituzione di determinati assetti per gli organi pubblici e privati), quanto venga ad imprimere un esito oppure un altro al sistema economico-politico e quest’ultimo può tendenzialmente venire disegnato per risolvere tendenzialmente in direzione degli obiettivi scelti.

Tale consapevolezza però per essere ottenuta richiederebbe due cose: la prima, ammettere finalmente che lo studio economico, sebbene si basi su strumenti matematici, sia in fine una disciplina umanistico-tecnica e non deterministico-scientifica (cosa che toglierebbe un po’ di ironia alla barzelletta secondo cui: gli economisti sono coloro che prima ti spiegano cosa debba accadere e poi ti spiegano perché le cose siano avvenute in maniera differente dalle previsioni date; ...e qui ci riferiamo a quelle di medio periodo, figuriamoci sul lungo, o ancora per valutare cambi radicali nell’assetto di ‘gioco’ del sistema); la seconda, la necessità di istituire una autentica “autorità intellettuale accademica" in bilanciamento all’attività politica, che senza esercitare alcun ruolo di distorsione in corsa, possa portare a pieno compimento le potenzialità di quanto istituzionalizzabile, rispetto il processo teoretico-sperimentale assunto come risultato interno al proprio dialogo.
[[[scrivo: “teoretico”, per rimarcare che il complesso di ipotesi prese in oggetto abbiano caratere metastrutturale rispetto l’elaborazione del medesimo sistema interpretativo da esse prodotto e questo perché la formazione concettuale di quest’ultimo viene a costituirsi valutando i risultati uscenti da un meccanismo in cui in gli attori economici, in base alla medesima teoria proposta andranno a modificare in parte non marginale i propri comportamenti strategici e quindi il processo di organizzazione che verrà a strutturare gli organismi del sistema]]]

In conseguenza a tale lacuna di consapevole sulle opportunità acquisibili pianificando gli 'strumenti veicolo' necessari per l’effettiva attualizzazione delle ipotesi assunte (e ciò rispetto: esiti ottenuti; patterns; convergenze iterative ipotizzate e ‘rappresentazioni collettive’ da cui si è determinata la traiettoria democratica alla base della scelta sistemica presa), si è venuta a determinare in ambito accademico un dialogo troppo assiomatizzato, che sul fronte del pensiero politico ha quindi finito per tradursi in dicotomie di grido, incapaci di cogliere all'interno dell'evoluzione della competizione economica (e in modo particolare rispetto quanto avvenga all'interno dell'internazionalizzazione) le precise determinati da cui si viene a produrre il risultato sistemico-strategico complessivo.

Introduciamo adesso un altro fenomeno, di cui tra breve analizzeremo in che modo si venga a legare al soggetto sopra trattato.
Il concetto marxista di ‘lotta di classe’ portava in seno l’idea che la dinamica motrice per il cambiamento sociale in sede di rappresentanza democratica, avvisse per contrasto tra le varie parti in dialogo e prima degli anni ‘90, ovvero prima che la ‘integrazione finanziaria’ iniziasse a muovere i suoi passi su di una nuova piattaforma telematica che avrebbe reso internazionale la liquidità dei mercati mobiliari, ciò aveva senso, perché vi era ancora un certo grado di persistenza nella strutturalità degli investimenti, dovuta a: costi, difficoltà ed incertezza nell’investire in mercati differenti, che rendeva la maggior forza democratica dovuta al maggior numero dei lavoratori dipendenti rispetto gli imprenditori, un elemento di riequilibrio alla naturare tendenza del capitalismo di generare progressivo profitto per il capitale.
[[[rimando a quanto scitto approposito del trilemma]]]

Allo stato di cose attuali, d’altra parte, non vi è più alcun muro di rimbalzo stabile di ordine macroeconomico sul quale fare incontrare il meccanismo di concertazione tra parti sociali e politica per mettere gli imprenditori in un ‘gioco’ dove siano essi medesimi a preferire politiche, che al posto di massimizzare la capacità teorica di guadagno illimitato, vengano invece a massimizzare la creazione di quella competizione di mercato, che sola può generare assunzioni nel mercato del lavoro e quindi un riacquiso di prodotti dal tenore necessario per dare agli investimenti impresi il rendimento preventivato. [Ricordo il famoso discorso dove Agnelli lamentando il calo di vendite per i troppo pochi soldi della classe media, proponova una svolta politica per spingere tuttoil mondo imprenditoriale a pagare di più i propri dipendenti]

Pertanto, con l’integrazione finanziaria, la gestione economica non può più prescindere dal banco di prova internazionale, perchè il fallimento strategico in tal ambito si rivela di entità talmente disastrosa per la stabilità medesima della propria area economica, che anche un miglioramento dovuto agli equilibri interni non sarebbe in grado di darvi compensazione. Senza la comprensione a tutto tondo delle problematiche sistemiche che determinano i mecanismi economici, non è quindi più possibile individuare quali siano le vere opportunità che è realmente possibile sviluppare, o il corretto ordine in cui vadano poste le questioni per arrivare ad una traiettoria risolutiva realizzabile.

C’è infine da aggiungere, che se per quanto precedentemente detto concludessimo, che a questo punto l’unica soluzione rifuggio dovrebbe passare nel ridare al sistema un andamento che venisse a riportare gli equilibri economici all’interno dell’ambito di gestione nazionale, il problema è che questa impostazione non può tradursi in nulla di seriamente applicativo fin tanto che nell’immaginario collettivo, non vi sia piena consapevolezza dei problemi e delle reali precondizioni per superarli e come abbiamo visto approposito la questione del trilemma, neanche la ricerca economica ha mai preso in seria considerazione studi che portino l’investigazione in questa direzione.

L’internazionalizzazione impone la necessità di affrontare la sfida internazionale e la polarizzazione ideologica proposta dai politici, dal canto suo non fa altro che produrre tesi, che proposte in presunzione di fattibilità, traggono la propria legittimazione a partire dalle critiche mosse sulle impostazioni rivali, riducendo l’intero problema economico agli apparenti interessi degli attori economici. Ciò che manca dentro e fuori ai media, è una struttura di dialogo finalizzata ad articolare le ‘rappresentazioni sociali’ in maniera solida e rigorosa rispetto: il contesto specifico su cui si basa l’argomento in corrente trattazione e i relativi strumenti ipotizzabili a sostegno delle tesi avanzate.

Tutto ciò non conduce affatto ad un dialogo volto a comprendere il meccanismo economico nella sua interezza, ma si creano autentici postulati ideologici che impediscono di problematizzare e porre il dialogo sulle rispettive assunzioni di partenza o inconsistenze sistemiche rilevabili all’interno delle ipotesi assunte.

C’è quindi da aggiungere che le distanze tra le posizioni ideologiche (intendendo per ideologia: l’adesione ad uno ‘spirito di istituzionalizzazione’ in virtù di una precisa meccanica economico-politica da istituire e ripulendono il concetto dall'uso strumentale della polarizzazione ideologica), dipendono dalla divergenza in sede di dialogo rispetto le assunzioni da prendere, le quali a loro volta, se non vi è un’accademia che sappia canalizzare e strutturare il dialogo medesimo, finiranno per discendere dalla semplice percezione personale: sulla reale possibilità di applicare con coerenza le impostazioni da utilizzare, oppure sui reali risultati che da queste verrebbero a prodursi.

Il ruolo dell'accademia, dunque, risulta essere essenziale per sistematizzare le problematiche in discussione in un processo che renda possibile il formarsi di un dialogo di spirito trans-ideologico, dove quindi si vengano a comparare le varie linee progettuali possibili su cui si possano fondare le discussioni intra-ipotesis che servano a maturare un piano inter-ipotesis che dia una autentica convergenza ai punti d'incontro condivisi, con cui valutare il dafarsi rispetto il momento democratico-sociale.

In sostanza la carenza di discussione in sede accademica rispetto l'impalco metastrutturale da cui si viene a produrre il risultato economico-sociale, fa sì che il dialogo da cui maturano le ‘rappresentazioni collettive’ venga a prendere immancabilmente i toni del propagandismo politico e sulla spinta di una perdita di focus rispetto gli elementi centrali da cui dipendono le implicazioni profonde da assumere (oppure su cui vi sia disperata necessità di visione programmatica per rimuovere meccaniche e strutturazioni degeneri), la traiettoria politica finirà per soggiacere al ‘teatrino di palazzo', dove i processi di istituzionalizzazione e la coerenza economico-politica di insieme, a questo punto, risulteranno composti solo di piccoli passettini ubriacati di polarizzazione ideologica.

Il miopismo così conseguente, unito all’assenza di strumenti istituzionali pianificati con coerenza e visione di insieme, e alla 'recalcitranza di mezzi di azione' (per via della quale, come analizzato da Seltznic, le finalità delle organizzazioni istituzionali vengono ad essere distorte sulla spinta dei conflitti di interesse della classe dirigente), impedirà a questo punto di portare realmente all’attuazione, quanto possa rimettere in discussione la strutturazione degli interessi consolidati nel fitto intreccio di relazioni, in cui: istituti di credito, finanza e politica, cooperano o competono all’interno delle strutturalità economico-finanziarie del mercato trans-nazionale.
In conseguenza di ciò, non saranno più nel sistema le regolamentazioni dei policy makers, a tutelare che la forza economica rimanga subordinata agli interessi collettivi, ma sarà la sola perentoria necessità che non si blocchi il processo di reinvestimento nelle singole aree nazionali (che sono in competizione proprio per ottenere che ciò avvenga al proprio interno), a tutelare gli interessi della forza economica, dispetto i diritti acquisiti in aggregato dalle collettività.

Il risultato finale dell’annebiamanto di consapevolezza delle problematiche sopra menzionate è stato che il processo di astrazione teorica sia venuto completamente a perdere la propria potenzialità di impattare in maniera efficace, per vedere in che modo l’esito economico possa essere spinto nella direzione cercata ed tutto ciò proprio sotto la pretesa di scientificità, con cui il pensiero economico mainstream, nella sua aprogettualità elevata a sistema, viene a vanificare la capacità di assumere all'interno del medesimo processo di comprensione, a partire dal quale si progetta il sistema economico-politico, visioni di insieme atte a rivellare le modifiche normative opportune, per determinare una interazione dei soggetti economici che sia in grado di orientare l’esito sistemico, in direzione di un equilibrio dinamico stabile.

[[[Il pensiero economico ha messo molto tempo prima di capire che l'analisi economica deve arrivare a prescindere da una visione deterministica, scoprendo modelli stocastici che possano essere studiati magari alla ricerca di attrattori tendenziali di lungo periodo.
Quanto tempo si impiegherà ancora per arrivare alla comprensione, che allo stesso modo è proprio studiando l'indeterminazione prodotta dalle differenti possibilità di creare assetti istituzionali diversi, che si possa giungere ad intendere l'economia in virtù degli strumenti in grado modellare il risultato tendenziale uscente, sulla base di una comprensione inter-ipotesis, che in campo accademico mostri l’opportunità politica di creare antitrust, preservando l’integrità del risultato sociale conseguente all’andamento economico?]]]


Inoltre la ricerca, presa come istituzione ed in riferimento alla sua attualizzazione odierna, poiché colpevole di essere troppo auto-referenziamente chiusa verso l'esterno e per le posizioni di reciproco inascolto tra gli stessi ricercatori, dovute alla mal canalizzata competizione interna, ha finito per irrigidirsi su posizioni ritenute vere per status consolidato; atteggiamento che in concorso con la aprogettualità nell'ambito della metastruttura istituzionale, ha finito per strutturare il know-how accademico, solo su quanto fosse rigidamente ancorato all'istituzione per come correntemente attualizzata, mentre la discussione su come porre in essere alternative credibili è divenuta tanto "impossibile", quanto il creare una traiettoria atta ad organizzare soluzioni, per intervenire sulle dinamiche che sono le precondizioni di medio termine al risultato auspicato.

Il punto centrale del problema è che lo sviluppo delle scienze, in generale, è avvenuto attraverso la discussioni di modelli che non possono ricalcare veramente la realtà, ma che sono sviluppati per trasporre in matematica un procedimento che vi possa essere analogo.
Dunque l’unico atteggiamento veramente scientifico dovrebbe essere quello di rimettere sempre in discussione i propri modelli dalle fondamenta, ma nel caso dell’economia politica dare attuazione pratica a questo aproccio, implicherebbe di dovere rimpostare da capo il gioco economico, calpestando il potere economico di chi se lo è guadagnato secondo le regole pregresse (equilibrate o squilibrate che fossero) e poiché il meccanismo finanziariamente integrato rende impossibile operare misure di equilibrio finanziario, il passo risulta breve perché il know how in economia divenga la medesima tutela degli interessi dei poteri consolidati.

Il senso preciso per cui pongo in relazione diretta gli squilibri degli esiti strutturali istituiti a quanto ritenuto know how accademico, può essere meglio compreso riflettendo sull'incapacità del mondo della ricerca di intercettare la brillante intuizione di Marshall, scondo cui non sia giusto concepire l'economia quale il frutto neutro di uno sviluppo matematico, ma bisogna piuttosto intendere la matematica come la forma di linguaggio più appropriata per discutere di tesi economiche in accademia.

Competenza e verità, per l'accademico verace si sono confuse con il rigore di una ricerca che doveva essere suffragata da bibliografie autorevoli, le quali però, purtroppo, condividono il medesimo limite di non avere l’audacia di dare serio e sapiente fondamento al auspicabile ‘progetto’, di riprogettare gli strumenti istituzionali necessari, per ottenere una maggiore capacità di produrre un esito differente.

In conclusione i genetici meccanismi di autoconservazione-successione dei poteri, per via della 'aprogettualità' in tal modo radicata, si sono ingegneristicamente trasformati in un’equazione inscardinabile che a tutt'oggi si maschera e confonde con il medesimo know how accademico, dove dietro la definizione di "strutturale" si viene a ridurre quanto in realtà è semplicemente frutto di una strutturalità contingente, o ancora, dove sulle poco opportune definizioni giuridiche retrostanti alle logiche normative prese, si pretende di complicare all'infinito le regolamentazioni per risanarne le inconsistenze di fondo.

[[[Così come Copernico rese semplice quanto prima estremamente complicato, solo ricalcolando i moti celesti che precedentemente erano definiti rispetto alla terra, ponendoli invece rispetto al sole, alla stessa maniera quando la pianificazione istituzionale sembra perennemente rivelarsi poco opportuna, o arretrata rispetto l'evoluzione delle necessità sistemiche, la soluzione del problema è allora quella di rifondare i soggetti e i termini da cui il corpus giuridico rileva le proprie discriminanti, affinché la regolamentazione uscente ponga i soggetti strategici (istituzionali ed economici) in un equilibrio funzionale maggiormente opportuno]]]

Se nel trans-ideologico di oggi prevale il rumore del populismo, la colpa è proprio della completa incapacità progettuale dell'accademia, perché come diceva keynes: "gli uomini di potere stillano i loro programmi sulla base di qualche scribacchino accademico di anni addietro" e quindi se gli accademici si riducono a loro volta ad analizzare scientificamente i risultati strategici meccanicamente prodotti, ci veniamo a trovare in un circolo vizioso, dove per matematica si verranno a consolidare dinamiche instabili dal certo disastro finale. [[[...poi lo chiameremo establishment; poteri forti; capitalismo relazionale o ancora vacche da mungere e salotto buono. Possiamo domandarci se sia peggio la relazione banca-impresa o banca-politica; possiamo prendercela con sovvenzionamento illecito ai partiti... ma l'unico problema di fondo è che il consolidamento delle relazioni economiche squilibrate, se non vi è un bilanciamento negli equilibri sistemici che venga ad impedirlo, determina una dinamica progressiva in cui il sistema competitivo viene a strutturarsi in monopoli economici e di potere]]]

Forse potremmo dunque fare le rime a quanto sopra, dicendo che dietro ogni populismo c'è un'incapacità progettuale in seno all'accademia; incapacità che per essere sanata non vi è altra soluzione, se non quella di rendere l'accademia parte integrante del processo legislativo... e non si parla qui di creare tecnocrazia come per uso invalso del termine, infatti comunemente si usa riferire a ciò, il concetto di eliminare dalla struttura gestionale-amministrativa dello Stato, i policy maker razionali promossi in base a relazionalità politica sostituendoli con tecnici ‘neutrali’, ma come abbiamo visto nel corso del lavoro, è chiaro che quanto qui presentato propone tutt’altro, ovvero un direzionamento che lavora sui bilanciamenti, per come essi vengano naturalmente prodotti dalle varie attualizzazioni istituzionali.

In aggiunta, come preannunciato e come approfondiremo novamente in seguito, la tecnocrazia in realtà, risulta essere una meccanismo di opposizione alle parti sociali, che diviene necessario, proprio quando sulla base dell’assenza di capacità progettuali per risanare gli squilibri, si debba tutelare la matematica finanziaria lungo le derive delle inerzialità derivanti dai poteri strutturati.

Ciò a cui ci stiamo quindi riferendo in questo lavoro è tutt’altro di istituire una tecnocrazia accademica, ma di consolidare una ‘progettocrazia’ a promozione accademica, basata sulla creazione di un equilibrio di bilanciamento tra politica e ricerca, che sia tale da determinare un metodo di lavoro che, all'opposto, produca: pluralità di visione; un ausilio tecnico a garanzia di una progettazione coerente, rispetto gli scopi indicati dalla rappresentanza politica, ed infine, eventualmente, un sistema di governo che al posto di essere orientato alla capacità leaderistica di un uomo nel teatrino della politica, determini figure di garanzia, che referenzialmente agli elettori, si occupino: di rendere attuale il disegno per cui ottenuta la fiducia (dove quest'ultimo sia scelto tra una selezione di proposte chiaramente studiata in accademia) e di prendere quelle decisioni per le quali, se invece si dovesse procedere in forza di regolamentazioni standard, si finirebbe per ingenerare iter burocratizzati, dove all'in sé delle questioni verrebbe sempre a sostituirsi una discussione sul pericolo di costituire precedenti pericolosi per il futuro (si pensi ad es. al problema di decidere quando uno scandalo che coinvolge chi ricopra una figura istituzionale, in cui il campo probatorio delle evidenze non sia però stato ancora completamente apputato, dovrebbe o meno portare all’espulsione dell’interessto dal ruolo medesimo).


Aprogettualità sistemica per isomorfismo mimetico

Sono veramente sorpreso che tante teste di economisti non riescano a vedere come lo studio economico possa essere utilizzato per la pianificazione di strumenti istituzionali veramente tesi ad aggiustare le dinamiche economiche sfavorevoli alla collettivita.
Immagino che il motivo di ciò possa essere individuato in un loro non svincolarsi della convinzione da sempre invalsa, che sia incontestabile la prassi di mantenere la separazione tra il ruolo degli economisti e quello degli statisti.

Prima di argomentare ciò, descriviamo un momento, un fenomeno che i neoistituzionalisti Powell e Di Maggio definiranno ‘isomorfismo mimetico’ delle organizzazioni, proponendo in questo concetto stringato, l’idea che molti assetti organizzativi utilizzati in larga scala, siano presi e ritenuti positivi per la funzionale strutturazione di un organismo gestionale, non perché lo siano in senso assoluto ma perché, nell’incertezza apportata dalle innovazioni all’interno di complessi sistemici complicati, le prassi già consolidate di esito soddisfaciente vengono assunte a priori come migliori e ciò crea una tendenza ad accettare come vere (soprattutto nel campo dei processi di istituzionalizzazione e ambito gestionale), regole astratte le cui ragioni non si basano su di una vera ‘logistica del fenomeno’ ma su dati empirici tratti da contesti non organicamente valutati.

Se però l’isomorfismo mimetico può essere considerato un fatto positivo sia per l’evoluzione del sistema pubblico, che per quello privato, la solidità degli equilibri istituzionali sono in realtà frutto di prassi su cui non debba mai finire la discussione, perché è proprio in essi che dobbiamo cercare le chiavi per cambiare quanto si riveli dare risultati strutturalmente negativi per la collettività.

Alla fine del capittolo primo abbiamo già discusso la reale inopportunità di tenere separate ricerca e politica, notando che istituire tra di esse un rapporto di connessione, non necessariamente debba volere dire porle in rapporto di commistione, ma all’opposto istituire tra di esse uno rapporto di contrapposizione che le metta in equilibrio.

Sono in realtà assai stupito di come gli economisti in generale, per lo meno dall’evoluzione della ‘teoria dei giochi’, abbiano potuto non vedere la stretta necessità di progettare gli strumenti istituzionali in accademia, come presupposto stesso per valutare gli esiti di sistema, ma ancora di più mi stupisco proprio di Marshall, perché non mi spiego come un grande sintetizzatore e mediatore di ipotesi come lui, abbia potuto cogliere ad esempio l’influenza delle abitudini umane nel processo economico, senza vedere che la modifica delle leggi produca effetti assai maggiori e se per l’autore era chiaro che al di là della meccanica di investimento, si dovesse guardare all’evoluzione in sé dei consumi, come può non avere colto allo stesso modo quanto fosse importante l’evoluzione del codice giuridico sull’esito economico, quando attraverso lo storicismo filtrava ancora l’antica idea di Montesquieux, che dovessero essere le leggi ad adattarsi all’uomo e non l’uomo alle leggi.


Per rispondere in modo preventivo ad una polemica che mi attendo

Consideriamo ancora gli effetti reali prodotti da un'ideologia che a sinistra viene vista come verità incontestabile, ovvero che sia necessario organizzare il meccanismo istituzionale, mettendo una separazione netta tra ricerca e politica, e ciò per evitare: sul fronte intellettuale, e dell'accademia (quale istituzione), che si verifichi un'influenza della prima sulla seconda tale da provocare per quest'ultima, un inquinamento dei meccanismi di ingresso ed una conseguente deriva di autoreferenzialità, che porterebbe il dialogo ad appiattirsi in direzione dei comodi di regime; su quello tecnico-amministrativo, che tale commistione abbia l'effetto di rafforzare le posizioni tecnocratiche e le verità economiche di regime, sulla capacità politica di intervenire all’interno dell'esito di sistema.

Ora se vogliamo fare i conti con il reale, dobbiamo constatare che i risultati indesiderabili appena detti si sono prodotti proprio a procedere dall'antidoto proposto e ciò diviene evidente se consideriamo che l''aprogettualità' descritta in questo capitolo è proprio frutto dello scollamento tra l’istituzione politica e la ricerca.

Certamente l'idea della separazione qui considerata, sorse a suo tempo a procedere dalla valutazione di problematiche, in cui la modalità sbagliata dell'equilibrio consolidato tra i due soggetti contestualmente istituiti, produceva effetti che erano sicuramente da evitare.
Se ora però constatiamo che il loro scollegamento non si sia rivelato cosa opportuna e che anzi sia divenuto un'aggravante, allora dobbiamo tornare a ripensare in che modo e con che modalità i due soggetti in esame possano essere resi, istituzioni in reciproco controllo e cooperazione.
[[[scollegare risulta infatti essere l’opposto, sia di mettere in relazione che di mettere in contrapposizione]]]

Non si può infatti saltare il momento di una reale investigazione sperimentale, arrivando quindi a definire per astrazione quale debba essere l'esito dell'interazione di due soggetti, quando questi non siano stati sostanziati in maniera determinata.
Come si può infatti postulare la nocività di un qualcosa senza scendere nello specifico di come ciò sia realmente strutturato?
Meglio quindi seguire l'impostazione prudente di discutere in maniera onesta e condivisa di come sarebbe possibile pianificare l'istituzione giusta per ottenere i risultati ricercati, astenendosi di teorizzare in modo probatorio idee di impossibilità strutturali, o pericolosità astratte in linea teorica.

Se infine, come abbiamo visto sopra, per avere l'opportunità di essere padroni e non vittime dell’esito sistemico, risulta necessario che la ricerca arrivi ad occuparsi di discutere, di come creare alternative istituzionali che servano a produrre i risultati preferibili, rispetto gli andamenti in fase di studio, il punto di partenza obbligatorio diviene proprio progettare il bilancimenato tra l'istituzione 'accademia degli studi' e la politica.
Come mostreremo in questo progetto, in realtà basterebbe solamente aprire la strada in questa direzione, stabilendo le modalità opportune di discussione-progettazione, perché in maniera autonoma si verrebbe ad ottenere naturalmente che le cose evolvessero in tal senso.